Ich bin ein Berliner [1989-2009]

Scritto da "caprone espiatorio [per il socialismo!]"

Mentre capi di stato e personalità si riuniscono a Berlino per celebrare il ventennale del trionfo capitalistico, in Palestina c’è chi lotta quotidianamente per la libertà e l’autodeterminazione…

PALESTINE

palestina

palestina

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31 Commenti a “Ich bin ein Berliner [1989-2009]”

  1. ben detto!

    finalmente.

  2. si si è stato il primo pensiero a berlino…

  3. il crollo del muro è stato il trionfo del capitalismo…?

    cosa vuol dire ?

    che il socialismo ha perso ?

    questa chiave di lettura riguardo al muro è, a mio avviso, del tutto inappropriata.

    innanzitutto:
    cosi come in palestina, se ci si oppone ad un muro che opprime e divide si compie un atto di autodeterminazione e di riscossa (intifada appunto).

    poi il sistema economico o l’appartenenza ad un sistema di alleanze o a un altro vengono dopo…

    berlino si è emancipata da una divisione artificiale, falsa, imposta dall’alto.

    se si parla di vittoria o di sconfitta di qualcuno non si coglie
    l’ingiustizia che rappresentava il muro in se.

    … berlino è attualmente autonoma e democratica

    da due o tre anni c’è un governo vero di sinistra

    eletto dalla maggioranza dei berlinesi

    che rappresenta la perfetta unione di quanto piu bello ci potesse essere nelle due parti contrapposte di berlino

    -il governo è formato da socialdemocratici e ex-comunisti della ddr che hanno abbandonato l’idea del partito unico e della dittatura-

    il sindaco è gay dichiarato

    tutta la città è ospitale e tollerante e in continuo fermento

    c’è enorme flusso di capitali privati
    ma anche una perfetta gestione del settore pubblico dei trasporti della sanità degli spazi d’arte delle infrastrutture.

    è pieno di piste ciclabili di ragazzi e ragazze di tutto il mondo con un grande senso civico…

    io questo non lo chiamerei trionfo del capitalismo!

    e credo che nessun berlinese sia felice di sentire parlare
    del crollo del muro come di una questione che è dipesa solo dai massimi sistemi economici!

    il crollo del muro è stato un atto di emancipazione
    dal giogo delle due superpotenze mondiali
    e ha rappresentato un momento
    di autodeterminazione del popolo berlinese.

    il capitalismo non c’entra !!!

    cosi come non c’entrerà niente
    con il crollo del muro palestinese.

    che tanto anche quello prima o poi deve cadere

    w la resistenza

  4. basta muri

    w l’anarchia

  5. Solo la grande muraglia resterà in piedi nei secoli dei secoli

  6. @saccente:
    ovviamente non sono d’accordo. Ma mi sembra inutile creare un flame…

  7. ben detto!

    era ora.

  8. Creiamo un flame?

  9. Poi stamattina Lorenzo mi ha detto che Cicca aveva scritto un sacco di cose socialiste invece non è vero

  10. Un ventennale orwelliano

    La cosa che dovrebbe, più d’ogni altra, attirare l’attenzione degli organizzatori delle mille e una manifestazioni celebrative per la caduta del muro di Berlino è il fatto che venti anni fa le aspettative, le ipotesi sul futuro che sarebbe venuto, il cambio della storia che ci si accingeva a sperimentare, erano completamente sbagliate.

    Nulla di ciò che fu allora scritto, esaltato, immaginato, supposto, elucubrato, sperato o temuto, si è realizzato.

    Ecco un modo interessante, forse l’unico veramente interessante, di commemorare la caduta del muro.

    Purtroppo non lo fa nessuno. I “celebratori”, che sono in genere i modesti portaborse di epigoni di coloro che si considerano i vincitori della guerra fredda ripetono il mantra senza molto pensare. Una delle cose più esilaranti, notate in questi mesi preparatori della ricorrenza vittoriosa, è la riapparizione sulle scene di Lech Walesa e di Solidarnosc: entrambi invitati dal colto e dall’inclita a raccontarci come furono loro, in primo luogo loro, a provocare la caduta del muro.

    A sentire quelle rievocazioni provo un moto quasi istintivo di ilarità, come quando ascolto qualcuno che, ancora oggi, come non si fosse accorto di dove siamo, cita ancora il Francis Fukuyama che (bisogna dire con notevole tempismo e senso degli affari, anche se non proprio con lungimiranza e profondità di visione) sentenziò il sopraggiungere della “fine della storia”.

    Per i più giovani si tratta già di un’anticaglia, in questo caso meritatamente invero. Ma per chi giovanissimo non è, fu un momento davvero emozionante scoprire che, oltreoceano, avevano riscoperto il grande filosofo Hegel e l’avevano inquadrato suo malgrado nella celebrazione hollywoodiana dell’inveramento finale dello Spirito, sub specie Stati Uniti d’America.

    A parte gli scherzi, tuttavia, varrebbe la pena il chiedersi come mai si sia presi tutti una serie di gigantesche cantonate. Si sa che l’uomo è fallibile e che leggere nel futuro è sempre stato difficile. Ma in questo caso è stata l’ideologia (nel preciso senso marxiano di “falsa coscienza”) che ha giocato a tutti un cattivissimo scherzo, obnubilando ogni velleità profetica.

    Pensavano di avere vinto e celebrarono la loro vittoria – e fu invero la loro vittoria – senza chiedersi quanto sarebbe durata. Il “quanto” non li preoccupava, avendola immediatamente considerata come “finale”, eterna appunto, come Fukuyama si era affrettato a battezzarla Non potevano immaginare che, appena dieci anni dopo – e dieci anni sono davvero un sospiro – avrebbero dovuto celebrare un mare di guai.

    Dunque, per dirla brutalmente, la celebrazione viene fatta nel segno della “fine del comunismo”. Solo che avviene nel momento in cui la società dei vincitori (che non possiamo chiamare società del capitalismo perché nel frattempo lo stesso capitalismo è diventato così irriconoscibile che, guardandosi allo specchio, come Dorian Gray, non crederebbe ai suoi propri occhi) è in mezzo alla più grave crisi della propria storia.

    Crisi multipla, crisi di limiti, crisi senza via d’uscita visibile, vicolo cieco. Ma anche assenza di idee, istupidimento delle classi dirigenti, agonia dei valori, a cominciare da quelli della democrazia liberale, per finire nel mondo attuale in cui le élites diventano sempre più simili a bande criminali, e quando non lo sono esse stesse, ai criminali si associano e li coprono coprendosi.

    Insomma: hanno perduto il controllo. E, di fronte a loro torreggiano smisurati interrogativi e nessuna certezza. Era questo che si pensava nel 1989? Nulla di tutto questo era immaginabile.

    Eppure mi ricordo che Mikhail Gorbaciov, quando avviò la sua perestrojka, disse una frase che mi rimase impressa: «perestrojka per l’URSS, ma anche per il mondo intero».

    Come è accaduto in altri momenti storici di trapasso, vi sono menti che sanno intravvedere, anche se non dominare, ciò che sta per accadere. Era chiaro che la fine dell’URSS apriva problemi immensi, sconvolgeva tutto il panorama mondiale, sollevava onde gigantesche che si sarebbero infrante, come una serie di tsunami (la parola l’abbiamo inventata dopo) su coste anche molto lontane.

    Qualcosa di molto simile lo aveva detto, anni prima, un altro grande del XX secolo, Enrico Berlinguer, con alcuni avvertimenti che rimasero inascoltati perché, prima di tutto, non furono capiti: l’austerità, la questione morale, la inevitabile diversità da conservare per chi si ponga l’obiettivo di cambiare le cose.

    Succede che menti pulite, eticamente pulite, possano produrre grandi idee. Di solito vengono sconfitte, ma questo non significa mai che vadano perdute.

    Dunque venti anni dopo la caduta del muro abbiamo da celebrare solo la stupidità dell’Occidente vincitore, e la sua incultura, oltre che il suo egoismo. Ma questo occidente in piena e irreversibile crisi (perché o non ne uscirà, o, se ne uscirà, non sarà più l’Occidente che conosciamo) sta cercando di applicare le regole orwelliane: chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato. A questo servono le celebrazioni di questo ventennale, solo che loro non controllano più nemmeno il presente.

    Per questo credo che toccherà alla prossima generazione fare il grande sforzo, se ne sarà capace, di riscrivere la storia che i vincitori hanno scarabocchiato.

  11. L’abbattimento del muro di Berlino non rappresentò il crollo del socialismo ma il fallimento storico dei rinnegati revisionisti

    In occasione del 20° anniversario della caduta del muro di Berlino, datata ufficialmente al 9 novembre 1989, quando il governo revisionista dell’allora DDR annunciò la rimozione dei confini con la Germania dell’Ovest, la borghesia, i governanti e i mass media dei Paesi imperialisti hanno celebrato in pompa magna quello che essi amano evocare come il “crollo del comunismo” (ma semmai si dovrebbe dire del socialismo, dato che il comunismo non è mai stato ancora storicamente realizzato), insieme a quella che essi spacciano come la “vittoria” e la “superiorità” della democrazia borghese e del capitalismo. Nella capitale della Germania riunificata si sono tenute anche le commemorazioni ufficiali dell’evento, con la cancelliera Merkel che ha passato l’ex confine a braccetto con il rinnegato Gorbaciov e l’ex leader della “rivoluzione” polacca Lech Walesa, considerati non a torto dagli imperialisti occidentali i due veri “eroi” che hanno dato la spallata decisiva al traballante e agonizzante socialimperialismo sovietico e al suo sistema di Stati satelliti revisionisti.
    Ma davvero i popoli devono prestare credito a questo coro assordante, a questa nuova orgia di anticomunismo a cui partecipano con altrettanto zelo imperialisti, fascisti e rinnegati, tutti uniti nell’esaltare il presunto “fallimento del comunismo” e la “vittoria” del capitalismo? Se ciò fosse vero non si capirebbe perché a distanza di 20 anni costoro sentano ancora il bisogno di riaffermare solennemente tale “fallimento” e tale “vittoria”, quando oramai dovremmo trovarci davanti a un fatto acquisito e a un capitolo chiuso.
    Ma, come sono bastati pochi anni, con la prima mostruosa guerra del Golfo del 1991, che inaugurò una nuova serie interminabile di guerre imperialiste una più devastante dell’altra che continua tuttora, per spazzare via tutte le chiacchiere demagogiche e trionfalistiche sulla “fine della storia” e delle guerre, e così come è bastata la crisi finanziaria ed economica che si è abbattuta prima sugli Usa per poi contagiare tutta l’economia globalizzata, a far riapparire lo spettro del crollo del capitalismo che 20 anni fa, sull’onda dell’euforia per il crollo del muro veniva dato ormai per trionfante ed eterno, così lo spettro del socialismo deve turbare tuttora fortemente i sonni della borghesia, se essa ha bisogno di esorcizzarlo ancora con tanta enfasi e tanto dispendio di mezzi e continuare ad attaccarlo con tanta rabbia e a screditarlo agli occhi dei popoli.
    La verità è che essa sa bene che nell’89 non è fallito il socialismo ma il revisionismo. Non è fallita cioè l’idea immortale della necessità storica ineluttabile del socialismo, che continua e continuerà sempre a vivere tra gli sfruttati e gli oppressi dal capitalismo e dall’imperialismo, ma è fallito solo il simulacro di socialismo che era rimasto dell’Urss e degli altri Paesi ex socialisti dell’Est dopo il colpo di Stato dei revisionisti kruscioviani del XX congresso del Pcus nel 1956, che con la “destalinizzazione” aveva rovesciato la dittatura del proletariato e restaurato quella della borghesia, avviando già da allora, come aveva lucidamente previsto Mao, la rovinosa parabola che si sarebbe conclusa nell’89 con la resa al capitalismo e all’imperialismo dichiarata dal rinnegato Gorbaciov. Con la stessa logica, dopo la morte di Mao, anche in Cina la borghesia ha ripreso il potere trasformando questo glorioso Paese socialista in una tenebrosa dittatura fascista, dove imperversano il capitalismo selvaggio e il supersfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente.

    La lotta di classe continua anche nel socialismo
    Il socialismo non è fallito, perché finché furono vivi Lenin e Stalin in Urss e Mao in Cina esso ha conosciuto sempre grandi e ininterrotti successi in tutti i campi, fino a rappresentare al momento della sua massima espansione, negli anni ’50, una grande parte del mondo e dell’umanità e da costituire il faro indiscusso che illuminava la strada al proletariato dei Paesi capitalisti e ai popoli che lottavano per liberarsi dal colonialismo e dall’imperialismo. Il problema è, come ha dimostrato Mao con la Grande rivoluzione culturale proletaria, che anche nel socialismo la lotta di classe continua ad operare e la borghesia può sempre tornare al potere, se non si trasforma la coscienza delle masse secondo la concezione proletaria del mondo e non si educano milioni di successori della causa della rivoluzione proletaria.
    In Urss, come detto, un colpo di Stato della borghesia annidata nel partito è riuscito, approfittando della morte di Stalin, a troncare il processo rivoluzionario già nel ’56; mentre in Cina, anche sulla base di quella esperienza negativa, Mao era riuscito con la Rivoluzione culturale proletaria ad avviare tale processo e a far progredire l’esperienza socialista per altri 20 anni conseguendo importanti successi ed ispirando grandi lotte in tutto il mondo, tra cui la grande stagione rivoluzionaria del ’68 in America e in Europa. Ma non ha potuto finire l’opera, e dopo la sua morte anche la Cina ha cambiato colore.
    Non soltanto Mao aveva denunciato fino dal 1956 la restaurazione del potere della borghesia in Urss attraverso la cricca revisionista kruscioviana e previsto la sua involuzione capitalista e socialimperialista, ma era anche pienamente cosciente che ciò sarebbe potuto accadere anche alla Cina, se il partito avesse abdicato anche per un momento alla lotta di classe e smesso di lottare per la rivoluzione e il socialismo: “La grande rivoluzione culturale in corso – metteva in guardia Mao nel 1966 – non è che la prima di questo genere; sarà necessario intraprenderne delle altre. Nella rivoluzione la questione di sapere di chi sarà la vittoria non sarà risolta che al termine di un lungo periodo storico. Se non agiamo come si deve, la restaurazione del capitalismo può prodursi in ogni momento. I membri del Partito e il popolo intero non devono credere che tutto andrà bene dopo una, o due o anche tre o quattro grandi rivoluzioni culturali. Restiamo in guardia e non allentiamo mai la nostra vigilanza”.
    Quanta lucidità e lungimiranza in questi insegnamenti di Mao, che ci spiegano in maniera chiara e rigorosa, come solo chi padroneggia e applica a fondo il metodo marxista-leninista, il perché e come è potuto accadere che grandi fortezze socialiste come l’Urss e la Cina siano state espugnate dall’interno dopo aver resistito ai più tremendi assalti del capitalismo e dell’imperialismo.
    Per quanto riguarda la fortezza sovietica ciò era già successo nel 1956, anche se per ingannare il suo e gli altri popoli che continuavano a guardare ad essa come al bastione del socialismo nel mondo, la cricca revisionista al potere manteneva formalmente ancora un simulacro di società socialista.
    Dietro questo simulacro i rinnegati revisionisti del Cremlino ammantavano in realtà una politica di affamamento delle masse sovietiche e di sfruttamento dei paesi revisionisti dell’Est, per alimentare con Breznev, Andropov e Cernenko la corsa agli armamenti necessaria a soddisfare le loro smanie espansioniste e imperialiste, come in Afghanistan, e a reggere il confronto con la superpotenza americana allora in piena espansione militare con il guerrafondaio Reagan. Un confronto che si rivelerà disastroso e porterà l’Urss prima alla bancarotta economica e quindi, con Gorbaciov, alla disgregazione politica e statuale e alla resa all’imperialismo occidentale.

    Alternanza delle fasi storiche
    Ciò non deve però scoraggiare i sinceri anticapitalisti, né tantomeno fargli prestare orecchio alle menzogne dei reazionari e dei rinnegati sul presunto “fallimento del socialismo”, perché come abbiamo visto non di questo si tratta ma del fallimento del revisionismo, che non è nemmeno riuscito a sopravvivere a sé stesso e ha dovuto arrendersi e riciclarsi nel capitalismo: come è successo in Russia e negli altri paesi dell’Est, dove molti degli ex dirigenti revisionisti si sono arricchiti e sono diventati magnati capitalisti e boss mafiosi. E così è successo nei paesi capitalisti come l’Italia, dove i rinnegati revisionisti si sono inseriti anch’essi nel sistema corrotto, piduista e mafioso che sta alla base del regime neofascista imperante.
    Guardando le cose su scala storica e con metodo materialistico è del tutto naturale che la lotta titanica per il socialismo alterni fasi di successi e di sconfitte, anche per periodi relativamente lunghi. Anche perché quando erano ancora vivi Lenin, Stalin e Mao, specie dopo la sconfitta del nazi-fascismo da parte dell’Urss e la vittoria della rivoluzione in Cina, fino alla metà degli anni ’70, il vento della rivoluzione prevaleva sul vento della controrivoluzione. Mentre da allora il vento si è rovesciato ed è seguita una lunga gelata controrivoluzionaria che ora comincia a scongelarsi. E tuttavia non senza violenti sussulti e scossoni che hanno finito per mutare profondamente gli equilibri geopolitici e che prefigurano nuovi sconvolgimenti rivoluzionari.
    Come ci ricorda Mao in una conversazione del 1968: “Secondo il punto di vista leninista, la vittoria finale in un paese socialista non solo richiede gli sforzi del proletariato e delle larghe masse popolari del proprio paese, ma dipende anche dalla vittoria della rivoluzione mondiale e dall’abolizione del sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo su tutta la Terra, in modo che tutta l’umanità raggiunga l’emancipazione. Perciò parlare alla leggera della vittoria finale della rivoluzione nel nostro paese è erroneo, va contro il Leninismo e non corrisponde neanche ai fatti”.
    “Il che non significa – sottolinea il compagno Giovanni Scuderi nel discorso Mao e il socialismo tenuto alla commemorazione del 15° Anniversario della scomparsa di Mao – che non si può realizzare il socialismo in un solo paese, ma solamente che la vittoria definitiva del socialismo si può avere quando in tutto il pianeta sventola la bandiera rossa”.
    “Con la caduta del grande bastione rosso della Cina, dopo quello sovietico vent’anni prima – proseguiva il compagno Scuderi – si conclude una fase della storia della dittatura del poletariato, ora si tratta di aprirne un’altra forti dell’esperienza accumulata nel passato. Non sappiamo quanto tempo passerà prima di allora, ma è certo che passerà. Dalla Comune di Parigi all’Ottobre sovietico passarono 46 anni e altri 32 prima dell’Ottobre cinese. Quanti altri anni dovremo ancora aspettare prima del trionfo dell’Ottobre italiano? Noi ce la mettiamo tutta per affrettarne i tempi, quanto prima il proletariato si sveglierà e ce ne darà la forza tanto prima sventolerà la bandiera rossa in Italia”.
    È questo lo spirito marxista-leninista con cui i sinceri anticapitalisti e fautori del socialismo devono guardare e giudicare gli avvenimenti dell’89, senza farsi confondere dai falsi e ingannatori proclami trionfalistici dei reazionari anticomunisti e dei rinnegati, per continuare a lottare con rinnovata forza e fiducia con il PMLI per l’Italia unita, rossa e socialista.

    11 novembre 2009

  12. ecco le cose socialiste prolisse

  13. pro-lisso meglio de pro-lesso.

  14. :CLING:

  15. clap – p – clap – p – clap

  16. A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino
    Vent’anni fa, per l’esattezza il 9 novembre del 1989, crollava il Muro di Berlino, ossia la barriera di cemento alta tre metri e mezzo e lunga più di 155 chilometri, che fu eretta nel 1961 dalla dittatura stalinista al potere nella Germania orientale per contrastare l’emorragia di professionisti e lavoratori specializzati verso la parte occidentale della città. Si calcola che tra il 1949 e il 1961 i tedeschi passati da Berlino Est a Berlino Ovest furono circa due milioni e mezzo.
    Ma al di là della sua specifica funzione, il crollo del Muro rappresentò l’inizio della fine per tutto il blocco sovietico, una sorta di implosione a catena che culminerà, due anni dopo, con lo sgretolamento della stessa Unione Sovietica.
    Ideologi e pennivendoli della borghesia internazionale, dunque, si trovarono di fronte una splendida occasione per screditare agli occhi dei proletari di tutto il mondo quella che si presentava come l’unica, tangibile alternativa alla società capitalistica, e così iniziarono subito a scagliare le abbondanti macerie che offrivano le rovine del Muro non tanto contro i regimi stalinisti caduti, quanto contro il comunismo nel suo complesso, descritto come un nefasto progetto utopico che, lungi da essere la salvezza per l’umanità, nei fatti aveva partorito un’immensa prigione con tanto di filo spinato e vopos pronti a sparare a chi tentava di… fuggire dal paradiso. Certo, oggi come allora noi sappiamo che le cose non stanno affatto in questo modo. Il blocco imperialista facente capo all’URSS e comprendente i paesi dell’Europa orientale è crollato a causa della crisi economica mondiale apertasi all’inizio degli anni ’70 (la crisi del terzo ciclo di accumulazione capitalistica), che travolse prima i paesi del cosiddetto terzo mondo, che affossò poi l’intero blocco sovietico, e che morde ora in profondità anche i paesi occidentali.
    Nei paesi del “socialismo reale”, infatti, di reale c’era solo il capitalismo di stato, per cui si manifestavano tutte le contraddizioni tipiche di un sistema economico basato sull’accumulazione capitalistica. Altro che gestione operaia dei mezzi di produzione e potere dei consigli…
    Il problema è che lo stalinismo puzza forse più da morto che da vivo, nel senso che insieme al Muro, nelle coscienze di tanti proletari, non è caduto solo il falso mito del capitalismo di stato, ma anche l’idea stessa che sia possibile lottare per un’alternativa comunista all’attuale società capitalistica, dominante in ogni angolo del pianeta e ovviamente anche in quella Cina che marcia a ritmi elevatissimi grazie all’iper-sfruttamento della classe lavoratrice, e dove il potere è nelle mani di un partito che continua a definirsi comunista, che sventola la falce e martello e che alza le effigi di Marx e Lenin accanto a quella di Mao.
    Lottando sul terreno dell’anti-capitalismo e del comunismo rivoluzionario, sappiamo perfettamente che uno dei principali ostacoli ideologici che si frappone fra noi e la classe quando diffondiamo il nostro programma politico è proprio il crollo del blocco sovietico, che, identificato con il fallimento del comunismo, è il frutto avvelenato della controrivoluzione staliniana, sepolto sotto le macerie del Muro ma ancora mefitico per le coscienze dei proletari di tutto il mondo.
    In molti lavoratori il crollo del blocco sovietico ha fatto venire meno il senso dell’alternativa, cioè l’idea che si possa dare vita a una società radicalmente diversa da quella attuale e che si possa basare sul superamento dell’economia di mercato e la divisione in classi.
    Forse, però, le generazioni nate dopo l’’89 sentiranno meno il peso di queste macerie, anche perché si trovano ora nel bel mezzo di una crisi mondiale che non riguarda un modello economico sedicente comunista, ma il capitalismo, e nella fattispecie il capitalismo neoliberista globalizzato che, dopo il crollo dell’“impero del male”, avrebbe dovuto essere il capolinea della storia, il non plus ultra, la panacea che avrebbe aperto un’era di pace e prosperità e che invece, giorno dopo giorno, si sta trasformando nel suo contrario…
    Insomma, come sempre è la realtà dei fatti ad avere l’ultima parola, e a vent’anni dal crollo del Muro il castello di bugie che la classe dominante ha edificato per convincere i proletari di tutto il pianeta che questo caos di guerre, crisi, oppressione e sfruttamento sia davvero il massimo a cui si possa aspirare, sta già tremando.
    Ai rivoluzionari il compito di dimostrare che un altro mondo è possibile e quest’altro mondo si chiama comunismo. Vale a dire una società esattamente agli antipodi rispetto alle dittature staliniste che si realizzarono al di là del Muro.

    Partito Comunista Internazionalista

  17. Un altro mito della guerra fredda, la caduta del Muro

    C’è da aspettarsi che entro poche settimane molti dei media occidentali mettano in moto le loro macchine propagandistiche per commemorare il 20° anniversario della caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Tutti i luoghi comuni della guerra fredda sul Mondo Libero contro la tirannia comunista verranno rispolverati e sentiremo per l’ennesima volta la favola del muro e di come è caduto: nel 1961, i comunisti di Berlino Est avevano costruito un muro per impedire ai propri cittadini oppressi di fuggire a Berlino Ovest e verso la libertà. Perché? Perché ai commies (gli sporchi comunisti) non piace che la gente sia libera, ai commies non piace che il popolo apprenda la “verità”. Quale altra ragione poteva esserci?

    Innanzitutto, prima che il muro fosse costruito, migliaia di tedeschi dell’est facevano i pendolari, andando ogni giorno a lavorare nella Germania occidentale e poi tornando all’est ogni sera. Chiaramente non erano imprigionati nella Germania orientale contro la loro volontà. Il muro è stato costruito principalmente per due motivi:

    I poteri occidentali assillavano la Germania dell’Est con una vigorosa campagna di reclutamento diretta ai loro professionisti e ai loro lavoratori qualificati, cioè le persone che avevano ricevuto una formazione a spese del governo comunista. A lungo andare ciò ha determinato una grave crisi di mano d’opera e di produzione nella Germania orientale. Il New York Times nel 1963 corrobora questa analisi, scrivendo: “Berlino Ovest ha sofferto economicamente dalla costruzione del muro con la perdita di circa 60.000 operai qualificati, che arrivavano tutti i giorni dalle loro case in Berlino Est verso i loro posti di lavoro a Berlino Ovest”. (New York Times, 27 giugno 1963, p.12)

    Nel corso degli anni Cinquanta, i fautori statunitensi della guerra fredda nella Germania Ovest hanno istituito una rozza campagna di sabotaggio e di sovversione contro la Germania dell’Est, ideata per ostacolare i processi economici e amministrativi del Paese. La CIA e altri servizi segreti e gruppi militari degli Stati Uniti hanno reclutato, attrezzato, addestrato e finanziato individui e gruppi di attivisti tedeschi, dell’ovest e dell’est, in modo che essi potessero compiere azioni che andavano dagli atti di terrorismo alla delinquenza minorile; qualunque cosa per rendere la vita difficile alla popolazione della Germania dell’Est e indebolire il loro sostegno al governo – qualunque cosa che metteva i commies in cattiva luce.

    È stata un impresa notevole. Gli Stati Uniti e i suoi agenti hanno adoperato l’esplosivo, l’incendio doloso, i cortocircuiti e altri metodi per danneggiare le centrali elettriche, i cantieri navali, i canali, le zone portuali, gli edifici pubblici, le stazioni di benzina, i trasporti pubblici, i ponti, ecc; hanno deragliato treni merci, ferendo gravemente dei lavoratori; hanno bruciato 12 vagoni di un treno e hanno distrutto i manicotti di aria compressa di altri; hanno usato degli acidi per danneggiare le macchine di vitale importanza nelle fabbriche; hanno messo della sabbia nella turbina di una fabbrica in modo che non potesse funzionare; hanno incendiato uno stabilimento dove venivano prodotte tegole; hanno istigato degli scioperi bianchi nelle fabbriche; hanno ucciso 7.000 mucche di un caseificio cooperativo con l’avvelenamento; hanno messo sapone nel latte in polvere destinato alle scuole della Germania dell’Est; alcuni sono, al momento dell’arresto, erano in possesso di una grande quantità di veleno Cantharidin, che avrebbero usato nella produzione di sigarette per avvelenare personaggi di spicco della Germania dell’Est; hanno fatto esplodere bombette puzzolenti per interrompere riunioni politiche; hanno tentato di bloccare il Festival Mondiale della Gioventù a Berlino Est, con l’invio di inviti falsi, false promesse di vitto e alloggio gratis, false comunicazioni di cancellazione, ecc; hanno aggredito i partecipanti al Festival con esplosivi, bombe incendiarie, hanno forato le gomme delle loro auto; hanno contraffatto e distribuito grandi quantità di tessere per il razionamento del cibo per creare confusione, indurre all’accaparramento di genere alimentari, e provocare risentimento; hanno contraffatto e inviato cartelle d’imposta, hanno falsificato e inviato direttive governative e altri documenti per produrre disorganizzazione e inefficienza all’interno dell’industria e nei sindacati … tutto questo e molto altro ancora. (Cfr. Killing Hope, p.400, nota a piè pagina n. 8, per un elenco delle fonti relativi agli atti di sabotaggio e di sovversione.)

    Durante tutti gli anni Cinquanta, i tedeschi dell’Est e l’Unione Sovietica hanno più volte presentato denunce ai paesi occidentali, che pochi anni prima erano stati alleati dei sovietici, e alle Nazioni Unite contro degli specifici atti di sabotaggio e specifiche attività di spionaggio e hanno chiesto la chiusura degli uffici nella Germania occidentale che ritenevano responsabili, con nomi e indirizzi. Le loro denunce sono rimaste inascoltate. Inevitabilmente, i tedeschi dell’Est hanno istituito più controlli sulle persone provenienti dall’Ovest.

    Non dimentichiamo che l’Europa dell’Est è diventata comunista perché Hitler, con l’approvazione dei paesi occidentali, l’aveva utilizzata come strada per raggiungere l’Unione Sovietica e distruggere per sempre il bolscevismo. Alla fine della guerra i sovietici erano determinati a chiudere quella strada.

    Nel 1999, il giornale USA Today ha riferito: “Quando il Muro di Berlino è caduto, i tedeschi dell’Est immaginavano una vita di libertà in cui i beni di consumo sarebbero stati abbondanti e i disagi sarebbero svaniti. Dieci anni più tardi, oltre il 51% degli abitanti sostengono che erano più felici con il comunismo.” (USA Today, 11 ottobre 1999, p.1.)

    All’incirca nello stesso periodo è nato un nuovo proverbio russo: “Se quello che dicevano i comunisti sul comunismo non era vero, tutto quello che hanno detto del capitalismo si è rivelato fondato”.

    William Blum è l’autore di Killing Hope: US Military and CIA Interventions Since World War II (Uccidere la Speranza: gli Interventi Statunitensi Militari e Spionistici Dalla Fine della Seconda Guerra Mondiale); di Rogue State: a Guide to the World’s Only Super Power (Stato Canaglia: una Guida all’Unica Superpotenza del Mondo); e di West-Bloc Dissident: a Cold War Political Memoir (Un Dissidente del Blocco Ovest: una Biografia Politica della Guerra Fredda).

  18. socialdemocrazia equa e solidale

  19. scuby duby

  20. terzo raich

  21. La fine dell’esperienza storica del socialismo reale ed il fatto-simbolo della “caduta del Muro”

    E’ superfluo attardarsi sulle conseguenze lungo le quali è maturato il “crollo del Muro di Berlino”.

    Innegabili le colpe facenti capo alla direzione politica dei partiti comunisti dell’Est e dell’Ovest(entrambi, in un processo di azione e reazione, coinvolti nella dinamica liquidatoria) e leconseguenze, in termini di arretramento delle condizioni di esistenza del proletariato e dei popolidell’Est e dell’Ovest (e del Nord e del Sud del pianeta), prodotte dalla fine dell’esperienza storicadel socialismo reale. Più interessante, viceversa, affrontare i nodi aperti della “sconfitta storica”:

    problemi e prospettive segnalati dalla fine di questa esperienza di transizione e dall’apertura di nuove opzioni rivoluzionarie, nel senso del “socialismo del XXI secolo”, a partire dal Sudamerica.

    Prima questione: la soggettività. Si tratta del limite connesso all’aver interpretato il passaggio rivoluzionario in quanto tappa verso l’edificazione tout court del socialismo quale esito incontrovertibile dell’evoluzione dei rapporti sociali e perfino dell’intera storia dell’umanità e di non aver considerato adeguatamente la retro-azione delle “contraddizioni in seno al popolo”, il colpo di coda di uno sviluppo dei rapporti sociali inadeguato a rendere definitivamente consolidata l’esperienza socialista ed il difetto di completezza rappresentato dai limiti della soggettività rivoluzionaria, in quanto espressasi nella dialettica tra gli artefici del processo di edificazione delle società socialiste. Si rinviene qui un limite ed una potenzialità: la necessità di non circoscrivere la riflessione alla mera apologia della “scalata al cielo” e di interpretare il processo di trasformazione come processo di transizione che deve durare un’“intera epoca storica” e per il quale è necessario attrezzare le soggettività di classe degli strumenti più adeguati per renderne l’esito percorribile. Ciò comporta il passaggio dal determinismo storico e politico (di cui era intriso il pensiero della II Internazionale) alla dialettica tra egemonia, direzione e dominio quali agenti della presa del potere e della trasformazione della società in grado di coinvolgere tutti gli attori (sociali, politici e culturali) della trasformazione nel farsi gramsciano dell’”egemonia”.

    Seconda questione: l’immanente (permanente?) vigenza della legge del valore. Si tratta del limite connesso all’aver applicato la legge del valore in termini di consolidamento del mercato socialista basato sull’accumulazione originaria e la produzione primaria (produzione di mezzi di produzione) e non averla processualmente piegata alla realizzazione di un’economia socialista diversificata, adeguata ad associare strati sempre più ampi al tessuto della produzione sociale, intendendo la produzione sociale stessa quale architrave della trasformazione in senso socialista della società. La strategia sovietica dello sviluppo si è basata sulla direzione politica dello Stato, la pianificazione e l’industrializzazione, ma non ha permesso di accedere alla diversificazione, l’incidenza tecnologica e la mobilitazione (egemonia) ideo-tecnica necessaria a sostenere i moltiplicatori dello sviluppo. Lo stesso fallimento delle “opzioni esterne al sistema” (la riforma Kosygin, con il sistema dei “premi ed incentivi”, la relativa autonomia del “sistema d’impresa” e della variabile di profitto, la parziale liberalizzazione dei prezzi, 1965) dimostra l’infungibilità di opzioni esterne e la fallacia delle prassi liquidatorie. Quella sovietica si è così ridotta ad una strategia di contenimento dell’accerchiamento capitalistico e di emersione di massa dalla povertà piuttosto che (specificamente nella seconda fase) ad un processo di inclusione sociale effettivo, capace di adattarsi alla mutevolezza delle fasi della trasformazione e di rispondere alle esigenze reali di dinamizzazione. Obiettivi prioritari della trasformazione sono pertanto: l’edificazione della società socialista, la realizzazione di un’economia socialista basata sulla proprietà sociale, collettiva e statale, la direzione politica dei vettori economici.

    Circa l’applicazione della legge del valore, rimangono centrali, ma tutte da aggiornare, le annotazioni di Stalin contenute nel volume sui “Problemi economici del socialismo in URSS” (Mosca, 1952), per cui la vigenza del mercato socialista (economia socialista “di mercato” quale fattore di regolazione del rapporto città-campagna e quindi tra produzione collettiva/statale e produzione cooperativa/colcosiana) non necessariamente significa l’applicazione del mercato capitalistico o un’economia capitalista tout court: «La produzione mercantile porta al capitalismo solo se esiste la proprietà privata, se la forza lavoro si presenta sul mercato come merce che il capitalista può comprare e sfruttare nel processo di produzione, se, quindi, esiste nel Paese un sistema di sfruttamento degli operai salariati da parte dei capitalisti. La produzione capitalistica incomincia là, dove i mezzi di produzione sono concentrati in mani private e gli operai sono costretti a vendere la forza-lavoro come merce».

    Terza questione: la consistenza degli orientamenti di classe. Le indicazioni strategiche in ordine alla costruzione della formazione economico-sociale socialista sono “orientative”, dal momento che Marx aveva sì analizzato i caratteri della società di classe e del modo di produzione capitalistico ma non aveva fornito condizioni operative e si era sempre rifiutato si abbozzare “ricette per le osterie dell’avvenire”.
    I capisaldi sono:
    1) la conquista del potere da parte del proletariato per rovesciare i rapporti di classe ed avviare l’orientamento in senso socialista dell’economia e della società;
    2) la definizione della gerarchia delle priorità per orientare la direzione politica del processo economico, come ha scritto Maurice Dobb nella sua “Storia dell’Unione Sovietica” (Roma, 1972): «Un Paese sviluppato può sfidare le incognite e procedere per ipotesi: un Paese povero può puntare solo sulla carta sicura»;
    3) la “questione dei bisogni”, ovvero il soddisfacimento della composizione dei bisogni sociali della popolazione nel processo di edificazione socialista (pace, pane, lavoro): se nel processo di industrializzazione “a tappe forzate” gli obiettivi politici sono di tipo quantitativo, nella fase di costruzione del socialismo sviluppato gli obiettivi politici devono essere legati a criteri quantitativi e qualitativi (benessere sociale). Il successo della direzione politica del processo economico si misura non solo in termini di kilowattora di energia prodotti e quintali di carbone estratti (“Il Socialismo è il potere sovietico più l’elettrificazione del Paese”, ripeteva Lenin) ma anche in termini di approfondimento universale del benessere sociale attraverso una partecipazione diffusa.

    Quarta questione: la dinamica della pianificazione socialista. Si tratta di individuare quale pianificazione socialista risponda più efficacemente all’obiettivo della transizione al socialismo.

    Nella pianificazione sovietica si scontrano, negli anni Venti, due tendenze: quella della “scuola genetica” alla Kondrat’ev, che intende costruire le variabili di piano sulla base delle risultanze emerse dalle applicazioni precedenti, in modo da adattarle di volta in volta alla stregua delle mutate condizioni quantitative e qualitative che la pianificazione aveva determinato; e quella della “scuola teleologica” alla Leont’ev, che intende costruire le variabili di piano esclusivamente in funzione dell’obiettivo che la direzione politica si propone, fondamentalmente il superamento dell’arretratezza, l’industrializzazione del Paese, l’edificazione del socialismo “per l’essenziale”.

    Stalin ribadisce questa concezione, uscita vincitrice nel XV Congresso (Mosca, 1927), ma, al tempo stesso, la problematizza, assicurando che: «La pianificazione che si realizza negli anni Trenta non può essere assunta a modello generale: il suo fine è il superamento dell’arretratezza, scopo rispetto al quale si possono sacrificare altri aspetti, di razionalità economica, proporzionalità dello sviluppo o equilibrio nello sviluppo». La pianificazione deve essere come la “programmazione del futuro”: la scomparsa dell’antagonismo città – campagna, il superamento della dialettica tra proprietà sociale, cooperativa e statale e la libera associazione dei produttori nel quadro della produzione sociale pianificata costituiranno le premesse del compimento di un socialismo più maturo, entro il quale “erede della proprietà di tutto il popolo non sarà lo Stato, che dovrà essersi estinto, ma la società stessa rappresentata dal suo organo di direzione economica”. I presupposti saranno dunque fondamentalmente due: la generalizzazione del benessere sociale e l’istruzione poli-tecnica universale.

    Quinta questione: quale pianificazione per quale socialismo, ovvero dal volontarismo rivoluzionario del lavoro d’assalto (emergenza) all’organizzazione socialista dei rapporti di produzione (regolarità).

    Sempre nel testo di Stalin si legge: «Si dice che la necessità dello sviluppo pianificato proporzionale dell’economia del Paese dà la possibilità al potere sovietico di sopprimere le leggi economiche esistenti e crearne delle nuove. Ciò non è vero. La legge dello sviluppo pianificato è sorta in contrapposizione alla legge della concorrenza, della competizione e dell’anarchia della produzione nel capitalismo […]. E’ entrata in vigore perché un’economia nazionale socialista si può avere soltanto sulla base della legge economica dello sviluppo pianificato proporzionale dell’economia nazionale». Il problema resta quello delle modalità di applicazione della legge del valore e quindi della direzione politica dei processi di organizzazione in senso socialista dei rapporti di produzione, vale a dire la dialettica classica tra evoluzione delle forze produttive e dinamica dei rapporti sociali di produzione: «I nostri attuali rapporti di produzione attraversano un periodo in cui, corrispondendo alla crescita delle forze produttive, le fanno procedere a passi da gigante. Ma non sarebbe giusto ritenere che non esista alcuna contraddizione tra le nostre forze produttive ed i rapporti di produzione. Contraddizioni esistono in quanto lo sviluppo dei rapporti di produzione ritarda rispetto allo sviluppo delle forze produttive». Di qui l’annosa questione del calcolo economico (chozrashot) socialista: sia in relazione ai suoi ritardi (debolezza nell’innovazione tecnologica, strutturale e computazionale), sia in relazione alle sue contraddizioni interne (nessuna teoria socialista del calcolo economico sarà alla fine capace di spuntarla), che l’hanno configurata come una variabile decisiva ai fini dell’implosione del sistema, non essendo stati gli economisti sovietici (da Kosygin ad Agambegian) capaci di determinare in modo univoco l’unità di calcolo in applicazione della nozione marxiana, quale lavoro sociale necessario alla produzione in termini di lavoro agente/vivo e lavoro incorporato/morto (si rimanda alla storica polemica Sweezy-Bettelheim).

    Sesta questione: la precipitazione storica. La “caduta del Muro” è un evento simbolo, sia nel senso della periodizzazione, in quanto assunto come spartiacque della storia contemporanea ed apice della stagione storico-sociale del cosiddetto “secolo breve” (E. Hobsbawm), sia nel senso della concentrazione evenemenziale, vale a dire per la particolare accumulazione di eventi che in quella congerie si è determinata. Dapprima l’affermazione del primo sindacato non-classista (Solidarnosc), poi l’esperienza delle prime elezioni pluri-partitiche in Polonia, la modificazione del regime dei visti tra Ungheria ed Austria, la messa in discussione dell’art. 6 della Costituzione Sovietica ed il “cambio di paradigma” portato dall’abrogazione del principio-guida del PCUS quale forza motrice del processo rivoluzionario, e la stessa ridefinizione istituzionale che toccò all’URSS con i venti di trasformazione dell’Unione in Repubblica Presidenziale a base federale, di cui alla successiva proposta di regolamentazione tramite l’appositamente denominato “Trattato sullo Stato dell’Unione”; quindi l’apertura del valico di frontiera a Berlino, il crollo fisico e figurato del Muro, la fuoriuscita dal Patto di Varsavia e la fine dell’esperienza statuale dapprima del COMECON, quindi della stessa URSS (CSI, 1992). Tutto questo indica con chiarezza: in primo luogo, che il processo storico della “caduta del Muro” veniva da lontano e datava dalla fine degli anni Settanta, quando per la prima volta erano assurti all’attenzione pubblica le contraddizioni del sistema della pianificazione e della regolazione socialista dello Stato e dell’economia sovietica (a cavallo tra l’introduzione del calcolo economico per le unioni industriali del 1973 e la legge sui collettivi di lavoro del 1983); in secondo luogo, che tale processo aveva le sue radici in profonde motivazioni di ordine politico e, prima ancora, strutturale, venendo quindi a configurarsi il “crollo del Muro” come la fine di una esperienza storico-sociale e l’implosione prodotta dall’incapacità di auto-regolazione e dinamizzazione strategica dell’apparato economico, sociale e statuale sovietico (molto più nell’ordine economico che non nell’ordine statuale, del resto, come la stessa vicenda cinese avrebbe dimostrato, a partire dalla svolta seguente i fatti di piazza Tien’an men della primavera dell’89).

    Settima questione: conseguenze ed eredità, vale a dire “da che parte è caduto il Muro”, sia nel senso degli esiti che ha prodotto, sia nel senso della ridefinizione dei rapporti capitalistici di produzione su scala mondiale. Il dibattito sull’eredità storica del socialismo reale e le discussioni sulle conseguenze storico-sociali che la fine di quelle società di transizione hanno prodotto, può essere messo a fuoco lungo due ordini di problemi. Il primo, la ridefinizione dei rapporti di forza e delle categorie di analisi della realtà capitalistica, che sempre più viene spinta dai circoli dominanti nella direzione della progressiva unificazione del dominio capitalistico e della parallelamente progressiva acquisizione dei centri di egemonia (potenzialmente o relativamente) autonomi nella sfera del controllo e del comando capitalistico su scala mondiale. In questo senso, il caso della Cina è certo il più pertinente. Si pone qui un problema di analisi di fase e di categorie dell’interpretazione:

    affermare la tesi della competizione inter-imperialista mondiale (mondializzazione capitalistica e imperialistica) quando tutti navigano nella categoria della “globalizzazione” o riaffermare l’inchiesta di classe, la centralità dei rapporti di classe ed un’idea della ricomposizione di classe del blocco storico-sociale antagonista quando tutti parlano di “società civile” o di “moltitudini” o, peggio, di “fine del lavoro salariato” e “fine del conflitto capitale-lavoro”, costituisce certamente una premessa politica importante. Queste tesi vengono oggi riprese e discusse, condivise o combattute, ma sono almeno uscite dal dimenticatoio in cui erano state relegate. Il secondo corno della questione è rappresentato dalle nuove esperienze storiche “di transizione”, vale a dire quel corpo largo di sperimentazioni sociali, politiche ed istituzionali che si stanno cimentando nell’ipotesi di costruzione di società di transizione su base socialista non ad ispirazione sovietica, vale a dire nel cosiddetto “socialismo del XXI secolo”, emergente in America Latina e nel Sud del mondo.

    A proposito del “socialismo del XXI secolo” quale ipotesi di fuoriuscita dalla sconfitta storica. La stagione che porta alla “caduta del Muro” era stata segnata dal “sogno della cosa”, l’illusione della perestrojka, la “riforma del socialismo” ed il vagheggiamento di una nuova antropologia per un “uomo nuovo”, che fosse meno sovietico e più socialista, anzi, come si diceva: socialista democratico o “dal volto umano”. Quell’opzione, che introduceva una quantità di variabili “esterne al sistema”, è finita coll’implosione del sistema stesso, il fallimento di quelle speranze, in definitiva l’ondata neoliberista.

    Col riflusso è arrivato il “Washington consensus” che, se millantava la sparizione del conflitto di classe, non poteva tuttavia azzerare un antagonismo capace di delineare nuove frontiere di conflittualità generale: da una parte, il trionfo del pensiero unico neo-liberale, dall’altra, di conseguenza, dieci anni di trincea che l’esperienza del Chiapas, l’insurgencia zapatista dell’EZLN (1994), interrompeva, ri-collocando sul palcoscenico della storia le rivendicazioni delle masse popolari dei Sud del mondo. Da quel segnale è partita una nuova movimentazione internazionale di classi e popoli in lotta, che hanno ridiscusso l’egemonia dominante; sull’onda di quell’ispirazione anti-imperialista e della fine dell’egemonia “uni-polare” degli USA (coll’emergere di nuovi competitori strategici, a partire dalla Cina) si sono prodotte trasformazioni strutturali che parlano di approdi anti-capitalistici, ancora una volta a partire dal Subcontinente latino-americano.

    Altre esperienze sono in fase espansiva: si tratta di ipotesi di transizione recenti ed originali nella loro concezione e nella loro ascendenza. Un “popolo, dignitoso, grande ed eroico” si è rimesso in marcia, il popolo del Venezuela bolivariano: in questi termini si è rivolto alle masse – in occasione della Concentrazione Antimperialista Bolivariana, il 2 giugno 2008, a Caracas – Hugo Chavez, rilanciando la questione dell’edificazione socialista. In America Latina il movimento popolare è in fase di ascesa e da più parti emergono evidenze che segnalano, pur nel perdurante scontro di classe internazionale e alle prese con l’ottusa reazione dell’imperialismo, i nuovi presidi della “democrazia popolare” (non solo Cuba e il Venezuela, ma anche la Bolivia di E. Morales, l’Ecuador di R. Correa, e, pur con qualche incertezza, il Brasile di Lula e l’Argentina di Kirchner) come laboratorio politico per l’edificazione di un “socialismo del XXI secolo”. Si tratta di un’edificazione innovativa che si compone di una grammatica suggestiva: la sua rilevanza consistendo in un progetto rinnovato di edificazione di una nuova umanità, attraverso l’educazione diffusa, l’adesione delle masse al processo di trasformazione e l’individuazione di nuove modalità di partecipazione popolare. La stessa prospettiva bolivariana, che rappresenta con Cuba l’esperienza più promettente, è impegnata nella costruzione di un nuovo blocco storico attraverso il programma dei “cinque motori”, la socializzazione della produzione con il programma delle “duecento fabbriche socialiste” e, non ultimo per importanza, la nascita del nuovo Partito Socialista Unificato di cui il movimento bolivariano intende dotarsi per consolidare l’unità di massa ed accelerare il processo di trasformazione. In particolare, i “cinque motori”: la riforma costituzionale, la legge abilitante, la questione morale, la nuova “geometria del potere”, l’espansione del potere comunale. È all’interno di questo disegno che si sta costruendo la tappa ulteriore di quel processo decennale che dovrà portare al salto di qualità auspicato. Per l’importanza storica del programma per il “socialismo del XXI secolo”, è opportuno entrare nel merito di questa innovativa ipotesi di transizione, in quanto si compone di istanze diverse ed articolate. Anzitutto, mediante i “cinque motori”, la trasformazione istituzionale, l’adozione della Costituzione bolivariana e l’associazione delle masse al potere.

    Quindi, il programma di “socializzazione” dell’economia: la settimana lavorativa di 30 ore come possibilità di dedicare 6 ore della propria giornata ad ogni esigenza di una vita degna (lavoro, studio, riposo e divertimento), per guadagnare un’esistenza più solidale ed un’umanità più alta.
    Poi, il programma di recupero della sovranità economica: con la riconquista al potere statale del bacino dell’Orinoco (prima appaltato alle multinazionali del petrolio) e la fuori-uscita dal diktat del FMI, entro cui si inscrive la proposta dell’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe, cooperazione economico-finanziaria sostenuta con fondi venezuelani, brasiliani, argentini, ecuadoriani e boliviani per un mercato comune del Subcontinente) attraverso cui garantire credito allo sviluppo dei Paesi emergenti, sempre meno disponibili al ricatto delle centrali dell’imperialismo finanziario (come dimostrano le rivolte alle istituzioni di Bretton Woods in Paesi quali il Sudafrica, l’Indonesia e le Filippine). Il presidente “indio” ecuadoriano, R. Correa, non ha mancato di ricordare che “siamo socialisti del XXI secolo”, ricollegando questa ispirazione, in modo analogo a quanto fatto da Castro e Chavez, alle maggiori ascendenze rivoluzionarie: S. Bolivar, K. Marx e A. Gramsci, che, nel settantesimo della scomparsa, anima una vitale riscoperta intellettuale in tutto il Sudamerica.
    Il “socialismo del XXI secolo”, nella “lezione” latino-americana, rappresenta dunque l’apertura di una nuova stagione rivoluzionaria adeguata al presente e proiettata al futuro: citando Correa, socialismo significa “supremazia delle esigenze del lavoro sui bisogni dell’accumulazione, necessità dell’azione dello Stato e benessere delle masse, cioè anche vivere in armonia con la natura”. Indipendenza, dignità e progresso costituiscono le parole-chiave di questo orizzonte e definiscono così una griglia irrinunciabile anche per le sinistre di classe ed il movimento rivoluzionario in Occidente.

  22. Il muro di Karl

    A Karl prof. emerito della DDR

    C’era il Muro, mi dicevi Karl,
    il muro di un mondo diviso,
    speranza di uomini uniti.
    C’ era il Muro, mi dicevi Karl,
    la dignità degli oppressi,
    la libertà degli uguali,
    la parte giusta della Storia.
    Il Muro in pezzi è all’asta
    il mondo in pezzi combatte
    cento guerre della pace calda.
    I padroni del mondo offrono
    libertà di crepare ai dannati
    della terra e galloni dorati
    ai loro eterni domestici,
    esportano la democrazia
    delle bombe intelligenti,
    mungono pozzi e gasdotti
    con i loro affari di morte.
    Colonne di nuovi schiavi
    alzano piramidi inutili
    alla gloria del Mercato,
    bevono illusioni e coca cola
    nelle miniere di cemento
    delle città saccheggiate,
    incatenati da ceppi catodici
    ai teleschermi di Goebbels.
    Avevi ragione, Karl, c’era
    il Muro, la dignità degli uguali,
    speranza di uomini uniti.
    Ricostruiamo il Muro, Karl,
    il muro degli uomini in lotta,
    la parte giusta della Storia.

    Novembre 1999

  23. Il 9 novembre, 20 anni fa, cadeva il muro di Berlino. In quell’elemento simbolico è racchiusa la fine di un regime socialista in cui – nella migliore delle ipotesi – la giustizia sociale era contrapposta alla libertà. In questa incapacità di coniugare libertà e giustizia sta al fondo il fallimento del tentativo novecentesco di transizione al socialismo. Noi che siamo nipoti della lotta partigiana – quante lapidi ci sono nel nostro paese su cui sta scritto “morto per la libertà” – abbiamo salutato positivamente la caduta del muro. Il socialismo senza la libertà semplicemente non è socialismo: è un tentativo di andare oltre il capitalismo che ha imboccato la strada sbagliata ed è abortito. Così non poteva andare avanti e così non si andava da nessuna parte. Senza libertà nessun socialismo. Giusto quindi picconare il muro e bene che il muro sia caduto; bene che i dirigenti della DDR abbiano scelto di non sparare, preferendo perdere il potere piuttosto che cercare di mantenerlo con una strage.

    Nel mondo la caduta del muro è stata salutata come la vittoria della libertà sulla barbarie, come la possibilità di un nuovo inizio per la storia del mondo basato sulla libertà e la cooperazione. Sappiamo che non è andata così. Gli stati Uniti hanno colto l’occasione della sconfitta del nemico storico per rilanciare la propria egemonia incontrastata su scala mondiale e il capitalismo ha preso da questo passaggio l’abbrivio per aprire una nuova fase della propria storia, quello della globalizzazione neoliberista. I cantori del capitalismo hanno colto l’occasione per dire che eravamo alla fine della storia. Marx aveva speso la vita e scritto migliaia di pagine per dire che il capitalismo non era un fenomeno naturale ma bensì un modo di produzione storicamente determinato e quindi superabile. La caduta del muro è stata usata per “rinaturalizzare” il capitalismo, per affermare su scala globale che viviamo nel migliore dei mondi possibili; per affermare che essendo il capitalismo naturale, ogni tentativo di superarlo diventa un atto “contro natura” e in quanto tale barbarico. Gli anni ’90 sono stati caratterizzati da questo unico grande messaggio, trasmesso a reti unificate dal complesso dei mass media e da tutte le forme di produzione culturale, cioè di costruzione dell’immaginario individuale e collettivo, a partire dall’industria cinematografica. La caduta del muro è stato l’evento simbolico che ha permesso di costruire una grande narrazione che ha rilegittimato completamente il capitalismo. Kennedy non è più il presidente dell’escalation della guerra di aggressione al Viet Nam o l’aggressore di Cuba con l’avventura della Baia dei Porci. Kennedy è celebrato come il paladino della libertà e il suo discorso berlinese ne è il suggello. Dietro il paravento della libertà, sono riapparse, anche in occidente, incredibili differenze sociali e livelli di sfruttamento del lavoro che pensavamo seppelliti per sempre dopo le lotte degli anni ‘70. Nella vulgata la libertà d’impresa è diventata il presupposto della libertà dei popoli. Questa completa rilegittimazione del capitalismo ha un sapore mortifero di falsa coscienza: Che Israele costruisca muri per imporre l’apartheid in Palestina e che gli Stati Uniti costruiscano muri per impedire l’immigrazione dal Messico non fa più problema. Ogni muro è diventato lecito per l’impero del bene. In Italia questo fenomeno ha assunto dimensioni maggiori che in altri paesi in virtù della proposta di Achille Occhetto – accolta dalla maggioranza del suo partito – di sciogliere il PCI in nome di questo nuovo inizio, appiattendo così tutta la storia del movimento comunista italiano sul fallimento del socialismo reale. La storia del nostro paese è stata integralmente riscritta, la lotta partigiana è stata denigrata nel suo valore simbolico di rinascita della nazione e così si è aperta la strada all’aggressione della Costituzione. La cancellazione della memoria del paese e la sua ricostruzione fatta dai vincitori ha sdoganato ideologie razziste e comportamenti xenofobi che pensavamo definitivamente finiti nella pattumiera della storia dopo la barbarie nazista.

    Il fascismo, lungi dal presentarsi come una parentesi della storia patria, si evidenzia sempre più come una delle possibilità inscritte nel sovversivismo delle classi dirigenti di un paese che – come sottolineava Gramsci – non ha vissuto la riforma protestante e il cui risorgimento non è stato fenomeno di popolo ma di ristrette elite. La democrazia e la stessa costruzione di un etica pubblica in questo paese è concretamente il frutto delle lotte del movimento operaio, socialista e comunista. La loro disgregazione apre la strada a populismi di tutti i tipi, di destra come di sinistra.

    In questo imbarbarimento del costume e dei rapporti sociali nel nostro paese e nel mondo vediamo confermata quotidianamente non solo la possibilità ma la necessità di battersi per superare il capitalismo.

    In questa dialettica sta il nostro giudizio politico sulla caduta del muro di Berlino: è stato un fatto positivo e necessario, da festeggiare, ma non costituisce di per se un nuovo inizio per l’umanità. E’ stato anzi l’evento utilizzato per costruire un nuovo inizio e una nuova rilegittimazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della guerra. Mi pare che questa sia anche la consapevolezza dei compagni e delle compagne della Linke: nessuno propone di tornare a prima ma nella Germania riunificata occorre organizzarsi e lottare – all’Est come all’Ovest – contro il capitalismo e la guerra, per costruire un socialismo democratico.

    Fuori da questa comprensione dialettica della positività della caduta del muro e della chiara consapevolezza che questo non segna nessun nuovo inizio, non esiste nessuna possibilità di porsi oggi il tema della trasformazione sociale e del superamento del capitalismo. Fuori da questa comprensione dialettica possiamo solo diventare anticomunisti o far finta che i regimi dell’Est non abbiano fallito nel tentativo di costruzione del socialismo. Il pentitismo e la nostalgia indulgente sono i rischi che abbiamo dinnanzi a noi: nella loro apparente opposizione rappresentano in realtà la completa negazione della possibilità di lottare per il socialismo, per una società di liberi e di eguali.

    Da questa comprensione dialettica della caduta del muro scaturisce la nostra scelta della rifondazione comunista.

    Dopo il fallimento del tentativo di fuoriuscita dal capitalismo che ha dato luogo ai regimi dell’Est non basta definirsi comunisti: occorre porsi l’obiettivo teorico, politico ed etico della rifondazione del comunismo e dell’antropologia dei comunisti e delle comuniste. L’obiettivo cioè di superare il capitalismo coniugando libertà e giustizia. L’utilizzo di due parole – rifondazione comunista – anziché una per definirci non è un lusso o una complicazione: è il modo più corretto per esprimere oggi il nostro progetto politico, in cui sappiamo dove vogliamo andare e sappiamo cosa non dobbiamo rifare. Il comunismo dopo il novecento è uscito dalla fase dell’innocenza. Compito nostro è farlo diventare adulto ed è un compito per cui val la pena spendere la vita.

  24. davano hamburger
    e cocacola a gratis
    quando è caduto il muro

    gratis
    come la morte
    e la pupù

  25. ambughe’ gratise pe tutti
    cocagola gratise pe tutti

    ambughe’ gratise pe tutti
    cocagola gratise pe tutti

    ambughe’ gratise pe tutti
    cocagola gratise pe tutti

    ambughe’ gratise pe tutti
    cocagola gratise pe tutti

    ambughe’ gratise pe tutti
    cocagola gratise pe tutti

    ambughe’ gratise pe tutti
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    ambughe’ gratise pe tutti
    cocagola gratise pe tutti

    ambughe’ gratise pe tutti
    cocagola gratise pe tutti

  26. Live in Mosca live in Budapest live in Varsavia
    Live in Sophia live in Praga live in Punkow
    Haupstadt der DDR haupstadt der DDR haupstadt der DDR

    Compagni est-europei uno sforzo ancora
    Delle sale da ballo un po’ più che di merda
    Un’opinione pubblica un poco meno stupida
    Delle sale da ballo un po’ più che di merda

    Voglio rifugiarmi sotto al Patto di Varsavia
    Voglio un piano quinquennale la stabilità
    Live in Mosca live in Budapest live in Varsavia
    Live in Sophia live in Praga live in Punkow

    Ost Berlin – West Berlin
    Ost Berlin – West Berlin
    Ost Berlin – West Berlin
    Ost Berlin – West Berlin
    Trance Europa express
    Trance Europa express
    Trance Europa express
    Trance Europa express

    O Reggio Emilia!
    O Reggio Emiliaaa!

    Voglio rifugiarmi sotto al Patto di Varsavia
    Voglio un piano quinquennale la stabilità
    Voglio rifugiarmi sotto al Patto di Varsavia
    Voglio un piano quinquennale la stabilità
    Voglio rifugiarmi sotto al Patto di Varsavia
    Voglio un piano quinquennale la stabilità
    La stabilità la stabilità…

  27. Al di là dei Carpazi comincia l’incubo

    relazione sulla situazione economica in Ungheria

    La situazione della classe lavoratrice ungherese è piuttosto brutta. Brutta, perché una larga parte dei lavoratori salariati ungheresi, una larga parte della classe lavoratrice sfruttata è preda delle illusioni democratiche; brutta, perché vittima delle divisioni tra nazionalismo e conflitti d’interesse manipolati. Ognuno difende la sovranità sul suo territorio separatamente, difende la propria vita alienata e depauperata, difende la propria esistenza quotidiana col suo carico di illusioni – in realtà, tutto ciò porta alla accettazione dell’ideologia delle forze politiche borghesi.

    Il sistema di Kadar ha svolto un ruolo decisivo nel processo che ha portato a questa situazione che noi consideriamo in maniera così pessimistica. E’ paradossale ma vero che sempre più gente sceglie ancora una volta il capitalismo di Kadar, in cui la classe lavoratrice applica a se stessa “l’ordine di autocensura”. Nonostante il suo grigio ed asfissiante totalitarismo, in cui il proletariato ha perso la sua “autonomia” e che il partito bolscevico accusava di infantilismo, l’epoca di Kadar ha avuto la sua logica specificità:”tenete la bocca chiusa e vi daremo pane e burro, birra e medicine, una tessera del partito ed una relativa sicurezza, buone opportunità per l’istruzione”. Ma nel pacchetto c’erano anche zone proibite che sono diventate dei tabù e se qualcuno le attraversava poteva prendersi facilmente della bastonate o finire in un ospedale psichiatrico.Hanno diffuso povertà fisica ed intellettuale ed una visione “proletariomicida” del futuro, che sembrava essere perfetta per far addormentare i lavoratori.

    Il capitalismo kadariano ha cercato di soddisfare ogni umano desiderio, ed ancora: ci ha dato ogni cosa che poteva darci: povertà, opportunità di integrazione e la sferza. Bene, eccole qui le “felici caserme”.

    Dopo l’insurrezione operaia a Berlino Est, ci furono proteste dei lavoratori anche in Ungheria (questo prima di Kadar). A Csepel (un quartiere suburbano di Budapest sud) ci fu uno sciopero di 200-300 metalmeccanici contro le pessime condizioni di vita. Ci furono anche “disturbi” a Ozd, Diosgyor ed altri parecchi luoghi nella Grande Pianura. Nell’estate del 1954 ci furono di nuovo sporadici scioperi. Dopo il 1956, il vero movimento della classe operaia venne sconfitto, trasformato in un oggetto da museo ed espulso dalla storia dello stato nelle “pagine bianche” dei libri censurati. La resistenza operaia durò ancora fino a tutto il 1956, ma successivamente venne sconfitta ed isolata. Ma, naturalmente, essa non cessò di esistere, sebbene dopo il 1956 la classe operaia ormai muta e sconfitta in Ungheria non solo tornò alle “fabbriche della morte” ed alle officine, ma si sottomise a “volontà superiori”: quella del partito che poteva tranquillamente starsene al potere finché una più moderna ed attiva forma di capitalismo non si fosse affacciata da quelle parti. I conflitti degli anni ’50 si spensero alla fine della primavera del 1957. Erano iniziate le repressioni e le esecuzioni: un rivoluzionario del gruppo di Via Tuzolto (uno dei più importanti gruppi militanti nel 1956), Istvan Angyal, venne messo a morte dai bolscevichi nel 1958.

    Possiamo trarre degli esempi dalla storia dei movimenti di protesta del proletariato, i quali mostrano che non era possibile mettere a tacere del tutto le voci del dissenso. Ci fu un’amnistia nel 1960, e questo “perdono limitato” venne concesso anche a coloro che erano stati imprigionati per i fatti del ’56, ma non a tutti. Nel carcere di Vac, i prigionieri politici iniziarono uno sciopero della fame a cui misero fine vista la sua inutilità. Nel 1966, il Comitato di Solidarietà col VietNam (che era sotto l’egida del KISZ, l’organizzazione ufficiale della gioventù bolscevica) fece una manifestazione non autorizzata il giorno del 1° Maggio. Alla fine dello stesso anno, l’organizzazione venne sciolta. Nel 1967, giovani attivisti della “nuova sinistra” organizzarono ancora manifestazioni davanti le ambasciate dei paesi occidentali. Dei maoisti vennero arrestati nel 1968 con l’accusa di voler costituire un partito illegale, Nel 1970 -durante una commemorazione del centenario di Lenin- gli studenti che avevano organizzato il programma diedero voce a “citazioni improprie” tratte dai testi di Lenin. Il 21 marzo 1971 (anniversario della proclamazione della repubblica sovietica ungherese del 1919), gli “studenti della nuova sinistra universitaria” volevano organizzare una manifestazione con coccarde rosse ed a causa di ciò dovettero abbandonare gli studi. (Un eccellente film rivoluzionario sul 1919, intitolato “Agitatori”, venne chiuso in un cassetto dalle autorità per 30 anni). Nel 1971, il 6 ottobre, parecchi studenti si riunirono nel Garden Museo (il luogo di Budapest dove iniziò la rivoluzione del 1848) e discussero di “coloro che vivono in miseria nei bassi della città”.

    Fermiamoci qui un attimo! E’ importante ricordare che durante il regime di Kadar, il 15 marzo ed il 23 ottobre ci sono state sempre state manifestazioni di protesta più o meno piccole e più o meno grandi “nel nome della libertà e dell’indipendenza”, al cui interno vi era un desiderio nascosto di rompere la sfiducia e l’impoverimento che affliggevano la classe lavoratrice. Queste manifestazioni sono continuate anche dopo il cambio di potere, prendendo i simboli e gli slogan del nazionalismo.

    Nel 1973, gli esponenti della nuova sinistra ispirata a Lukacs -il quale aveva strette relazioni con il Circolo Praxis in Yugoslavia- venne buttata fuori dai posti di lavoro e dal partito con l’accusa di attività critica. Il partito ha combattuto costantemente contro gli intellettuali di sinistra; basti citare il polverone sui lavori di Miklos Haraszti o di Konrad e Szeleny sulle nuove classi dominanti. Nell’estate del 1979 ci fu un’impennata dei prezzi dei beni alimentari. I lavoratori delle ferriere e delle acciaierie di Csepel misero una fetta di pane burro e sugo (tipico cibo proletario di quei tempi) nella mano della statua di Lenin di fronte alla fabbrica. Dopo lo sciopero del 1980 a Danzica, circolò a Budapest una voce che diceva che “c’era stato qualcosa del genere anche a Csepel”. Altre voci girarono su uno sciopero che era durato 3 giorni finchè lo stesso “Kadar andò lì a ristabilire l’ordine”. Dopo un mese, venne ritirato il piano per l’aumento programmato dei prezzi (di nuovo i beni alimentari) ed il provvedimento venne commentato così: “avevano paura che potesse succedere qualcosa” Nell’ottobre 1980 ci fu uno sciopero per il salario nella fabbrica cinese di Hodmezovasarshely, dove i capi distribuirono subito 1000 fiorini tra gli operai, Il 3 ottobre del 1980 esplose un fusto di olio infiammabile in uno stabile di Kispest, dove i lavoratori avevano già fortemente dimostrato le loro lamentele riguardo la loro triste condizione. Su 190 lavoratori, solo 34 scioperarono. Su quel periodo girano ancora delle barzellette: “Cosa pesa 40 kg e mangia erba?” “Noi, l’anno prossimo”. E ancora: “Due scheletri si incontrano nel 1980. Uno dice all’altro: Sei morto prima o dopo l’aumento dei prezzi? -Io? Sono ancora vivo!”. Ed infine: “Hanno alzato il prezzo del pane, della carne e del latte. Cosa si alzerà ancora? -Le barricate!”

    Nel 1981, 52 operaie di una fabbrica di lavorazione del pollame di Szabolcs si rifiutarono di fare dello straordinario che non fosse stato programmato. Nella primavera di quell’anno si tennero dei meeting in parecchie università ungheresi e si arrivò a parlare di costruire organismi studenteschi indipendenti – memori delle esperienze del 1956 e del 1968. Nel settembre 1982, quando entrarono in vigore le nuove tariffe dei trasporti pubblici, i lavoratori della Taurus Tyre di Szeged si astennero dal lavoro. Intervennero ancora una volta i pezzi grossi a promettere aumenti salariali.

    Fin dagli anni ’60, la lotta di classe, la lotta contro l’alienazione è stata presente senza ambiguità nel cinema e nella letteratura, sempre di più coraggiosamente negli scritti politici e di sociologia. Sono tanti i film, le poesie ed i saggi che si possono citare, ma citeremo solo un brano degli anni ’70 da Zoltan Zsille:”Lo Stato operaio monopolizza il diritto per se stesso, per imporre i costi del mantenimento dello sviluppo della società sulle spalle della classe lavoratrice”.

    In un numero del 1982 del giornale clandestino Beszelo, un proletario si chiede se fosse possibile che in Ungheria accadesse quello che stava succedendo in Polonia. E si rispondeva:”Se la situazione economica peggiora, allora sì, può succedere”. Ed infatti la situazione peggiorò (ma invece dell’insurrezione, venne il cambio di potere e l’era della modernizzazione del capitale), e questo processo venne accompagnato dalla legge sulla “riservatezza sul lavoro”: se qualcuno veniva sorpreso in atto di “ozio”, poteva finire dietro le sbarre. Le ceneri del “compagno Trotsky” se la spassavano mentre vedevano i tardi bolscevichi realizzare quella “militarizzazione del lavoro” su cui egli aveva scritto così poeticamente.

    La vera letteratura sulla lotta di classe veniva perseguita dalle autorità. Non era possibile leggere analisi fino al 1956: non se ne trovava traccia nè nelle librerie e neppure nelle biblioteche. Ma emergeva un’opposizione di sinistra sotterranea, che -sebbene fosse democratica- scriveva della storia delle lotte proletarie nei paesi dell’Europa dell’Est. In questo modo, alcune persone potevano leggere scritti non censurati su queste lotte. Alcuni esempi degli scritti pubblicati all’interno di quella realtà: un libro di Bill Lomax sul 1956, il “Diario su Kronstadt” di Alexander Berkman, documenti sulle rivolte operaie in Polonia ed una pubblicazione su un’azione proletaria a Berlino nel 1953. Nel 1988 ci fu una manifestazione di 10.000 persone il 15 marzo in cui si parlò di Solidarnosc in Polonia e della “amicizia tra i popoli intorno al Danubio”.

    Poi iniziò l’epoca del cambio di potere. L’economia dell’URSS era in bancarotta, non era più competitiva ed era in decomposizione. La circolazione del capitale regolata dallo Stato non reggeva la lotta per la concorrenza, così ci fu l’avvento di un capitalismo classico ma modernizzato. Le aziende vennero messe in vendita, operai compresi. E il “capitalismo di Stato, casa bolscevica di sicurezza e protezione” cedette il passo a compulsioni economiche ancor più violente.

    Gli squali del capitale hanno licenziato i lavoratori salariati più anziani e socialistizzati nel “periodo di pace”, modernizzato il capitalismo, cambiato la struttura della produzione rendendola più veloce, mentre il movimento operaio istituzionalizzato, perso il suo ruolo, si lamentava dei suoi tiranni. In una serie enorme di documentari, la cosiddetta serie Ozd (il cui picco corrisponde all’epoca del cambio di potere), si poteva sentire la moglie di Istvan Andra chiedersi:”Come è potuto succedere? Ma perché è successo? Non c’è più il lavoro, non ci sono idee, più niente…Abbiamo solo 40 anni, ma siamo lo specchio della miseria. Ci hanno rubato la vita”.Invece dei pulcinella decorati con la stella rossa, invece delle mummie del partito di stato, sulla scena della nostra vita ci sono ora le compagnie capitalistiche. Al posto del gelido cabaret delle “democrazie popolari e del COMECON” ecco la performance del più classico (ma più razionale per le classi dominanti) modello di produzione capitalistica. Tra il 1989 ed il 1992 è crollato l’impero del Patto di Varsavia. Ma non si tratta affatto di un processo di restaurazione capitalistica, come sostengono i marxisti-leninisti, bensì della capacità e della razionalità del capitale nell’aprirsi la strada. L’economia nelle mani dei partiti bolscevichi non poteva reggere la competizione con i più avanzati competitori dell’Occidente. Basti ricordare il violento mantenimento di compagnie e segmenti in perdita o di quei servizi che -per ragioni ideologiche- rimanevano gratuiti o a buon mercato. La storia della corsa del debito è lunga e sarebbe interessante scriverla.

    Le risposte della classe operaia allo sbando per modernizzare il capitalismo sono state soprattutto di carattere riformista. Sono state riprese le ormai deformate “tradizioni dei consigli operai”. Che ora non sono per niente rivoluzionari, né in opposizione al capitalismo. Accettando la struttura dell’ordine capitalistico, ad ogni occasione fanno accordi con la borghesia. Non possiamo parlare di auto-organizzazione reale, perché queste misere esibizioni sono emerse con la supervisione delle autorità. L’ulteriore commercializzazione dell’autogestione operaia fatta dal nazionalismo e dalla “autocoscienza addomesticata”, ha indebolito ancor di più la classe lavoratrice, già in uno stato patologico. Ma si sentiva che c’era qualcosa di sbagliato. La caduta delle condizioni di vita: il graduale decremento del salario medio, la gigantesca crescita dei prezzi – questi processi dovevano allertare il proletariato e tirarlo fuori dal suo stato di vitalità sospesa.

    La tattica divisoria del capitalismo in genere funziona, l’individualismo può aver successo per un certo tempo, ma la crescente povertà viene avvertita persino da una classe operaia atomizzata e divisa, e sebbene un gran numero di grosse fabbriche e fonderie sono state chiuse, sebbene la disoccupazione aumenti sempre di più, il ghetto della miseria obbliga il proletariato in un comune spazio di vita: come sardine in scatola si vive in miseri bassi, nelle strade, nei vicoli, nelle piazze. Così è!

    Nel novembre 1990, come protesta contro gli aumenti del prezzo del petrolio, esplose il blocco dei tassisti, che andò ben oltre le loro intenzioni, e migliaia di proletari si unirono all’onda di proteste. E stavano sulla strada non perché insoddisfatti del prezzo della benzina, bensì scontenti della loro vita quotidiana, della loro misera vita di proletari sfruttati senza speranza, della loro vita di ogni giorno alienata e distrutta. L’euforia del cambio di potere e la mistica promessa di una “vita nuova e migliore” si infrangevano contro la realtà necrofila del capitalismo.

    I proletari che volevano protestare e manifestare si sono uniti al blocco che si estese a tutto il paese: niente fanali rossi, niente auto, niente miseria di massa e controllori sui trasporti pubblici, nessun ritardo al lavoro – invece solo la solidarietà della gente sulle strade: lavoratori e lavoratrici decisi a manifestare e a discutere, piccoli e grandi, con gli occhiali e con la barba, l’esercito di coloro che cucinano, gli sguardi ancora coscienti dei condomini, dai suburbi e dal cuore della città, felici e vogliosi di vivere- proprio come un dipinto stile 1956…Le strade ci appartenevano ma non interamente…La protesta non era divenuta generale e non divenne una rivolta rivoluzionaria. Ricordiamo che il ministro degli interni non sapeva cosa fare, e tremava alla finestra del parlamento, considerando l’ipotesi di usare la forza contro i manifestanti. Iniziarono delle trattative per “la coordinazione degli interessi”, e con questo anche il ritiro della classe lavoratrice, la quale -per mancanza di organizzazione e di ulteriore sviluppo di coscienza- se ne tornò a casa e ai banchi di lavoro…Paralizzando le strade, il movimento di protesta aveva intonato la nota-chiave ma non era andato oltre, e l’ondata di protesta soffocata iniziò a rifluire.

    Governi di sinistra e di destra vanno e vengono, il crescente nazionalismo ha riportato il fascismo e la borghesia si riprende sul corpo del proletariato. No, non siamo nel 1933, o nel 1921 in Russia quando pensavano che saremmo stati battuti ed avremmo capitolato. Nella prima parte di questo report abbiamo fatto menzione degli attributi del regime di Kadar che sono tutti in piedi. Le manifestazioni e gli scioperi ci sono ancora, ma essi sono accompagnati dalla “solidarietà” capitalista (integrazione) della sinistra e della destra in parlamento. Le reali manifestazioni del proletariato sono deboli e si sviluppano in accordo con gli interessi dei capitalisti. Il “movimento civile” sta crescendo sempre più forte, ma pure le lobbies della forze della sinistra o della destra.

    Ogni giorno è possibile vedere i lavoratori salariati negli ospedali che vogliono scioperare, gli autisti dei trasporti di Budapest (BKV) che hanno già avuto il loro aumento salariale dopo aver solo minacciato uno sciopero. La frazioni della borghesia si accusano l’un l’altra e sparano stronzate sulla corruzione, sugli affari d’oro, la collusione tra le sfere del potere e la mafia…Le manifestazioni dei lavoratori sono organizzate sotto l’egida dei sindacati, usando parole d’ordine sul nazionalismo e la democrazia, sulla sicurezza, per un’immagine logora del futuro – e la pigra borghesia se la ride.

    Ma citiamo alcuni esempi di manifestazioni sindacali di oggi. Il 1 luglio 1994 la fabbrica Cyclon-Berstal a Berettyòùjfalus viene occupata dai lavoratori, ma l’esperimento di autogestione fallisce perchè si decise per la democrazia del capitale. Ci sono state anche manifestazioni nelle miniere del Vasas vicino Pecs e a Biharkeresztes i lavoratori delle acciaierie Steel Production LtD. volevano occupare la fabbrica per fermarne la privatizzazione, ma invano. Ancora nell’agosto del 1994 i proletari sotto i minimi livelli di vita a Miskolc fecero una manifestazione pacifica. Nel maggio 1994, i lavoratori della fabbrica Berva a Eger manifestarono a Budapest. Nel 1995 ci sono stati scioperi nelle compagnie elettriche a Tiszalok e Paks. Nello stesso anno, altri 60.000 lavoratori della sanità pubblica hanno manifestato fuori del parlamento; il 15 novembre 70.000 persone hanno manifestato contro la legge sull’istruzione ed il 15 dicembre venne seguita da una manifestazione degli educatori in termini di tolleranza.

    Nell’autunno del 1996, i lavoratori dei ricambi di auto della “Hammerstein” volevano costituirsi in sindacato, ma il padrone non lo permise e licenziò i promotori dell’iniziativa. Anche nel 1996 delle organizzazioni giovanili organizzarono una manifestazione contro le tasse scolastiche, ma presto la cruda verità portò alla fine delle trattative. Nel 1997, i lavoratori di un’industria di carni a Szeksàrd fecero una manifestazione. Nello stesso anno a Tolnanemedi, si fece un blocco contro la diminuzione di posti letto nell’ospedale locale, ma l’ira venne presto placata. All’inizio del 1998 le proteste e le manifestazioni si tennero sotto l’influenza dei sindacati (sanità, poste, energia, industria, ecc). Nell’aprile 1998 a Salgotarjan i proletari in attesa di ricevere il loro sussidio, attaccarono l’ufficio postale che si rifiutava di pagare. Fin qui le nostre informazioni.

    Una protesta di contadini si è appena conclusa, ed i trattori della borghesia agraria decorati di tricolore al vento stanno di nuovo battendo la strada. Generalmente nei resoconti proletari dall’Ungheria ci sono poche informazioni sulla vita dei lavoratori della provincia. Naturalmente, la transizione si è compiuta anche qui, proprio come nelle città, ma la povertà e la triste realtà ungheresi rimangono.

    I lavoratori salariati dei villaggi ungheresi hanno perso il loro punto di appoggio con l’abolizione delle cooperative di stato, dal momento che l’agricoltura collettivizzata non sembrava incontrare le richieste della nuova era. Secondo uno studio sull’economia agraria, non ci sono capitali sufficienti per una riprogrammazione, la struttura è sbagliata, il sistema tecnico e la tecnologia obsoleti. E’ ricominciata la redistribuzione di proprietà privata, sono stati reinforzati i giochi sulla scacchiera della politica nazionalista, ed a causa delle nuove leggi sulle compensazioni e le privatizzazioni, sono ricomparsi nelle foreste i ben noti cartelli che dicono: ” Proprietà privata! Vietato l’accesso”. Nell’era Kadar i lord del partito organizzavano grandi battute di caccia nelle foreste e chiudevano grandi porzioni di foreste con squadre speciali di sorveglianti. Questo hobby continua oggi nella nuova era, con l’uso dei cartelli di divieto. Il temporaneo potere della borghesia ha tagliato i sussidi all’agricoltura, il sistema di sussidi all’import-export è stato trasformato e la classe dominante, a dispetto del suo nazionalismo, ha in molti casi preferito “prodotti esterni” ai “prodotti ungheresi”. Il capitalismo va spesso dove lo portano i suoi interessi ed il fascismo ungherese ancora non capisce questa logica così chiara – mentre come scelta di autodifesa è nata la “rete dei prodotti ungheresi”. Questa “grande” ed “eccitante” teoria della razza è stata estesa a quasi tutto, creando il fenomeno delle foreste ungheresi, del legno ungherese, del latte ungherese – e questa mitologia ha prodotto qualcosa di utile anche per noi: l’autentico cretino ungherese, il cosciente burino Trianon, un mastodonte sciocco e stupido, un’operetta di archetipo artificialmente prodotto, un’autentica caricatura dell’era in corso.

    Nel 1988 c’erano 1335 cooperative agricole in Ungheria. Nonostante la transizione, il loro numero è diminuito, ma questo fatto è ingannevole: nel 1988 occupavano 1.088.000 lavoratori (di cui molti proletari), di cui una grande parte ha perso il lavoro nel periodo intorno alla metà del 1993. La disoccupazione è cresciuta in modo enorme. La vecchia e nuova borghesia ha iniziato a ri-comprarsi la terra e meno terra acquistabile restava, più cresceva il suo valore. Secondo una fonte sicura, il valore delle cooperative era di 260 miliardi di fiorini, cioè il 15% del valore delle proprietà della borghesia nazionale. Nel 1993, è cessato l’obbligo all’impiego in agricoltura e di colpo 300.000 persone si sono ritrovate senza lavoro. Sono stati vietati gli orti domestici (sebbene si tratti di una norma alquanto non rispettata). Infatti, a parte lo spettacolo del “ricco suol ungherese”, per i lavoratori agricoli è rimasto solo l’eterna miseria proletaria del lavoro bracciantile.Le dinastie dei piccoli e grandi proprietari – che conosciamo dai lavori degli “scrittori contadini” i quali scrivevano della campagna ungherese durante il periodo fascista- sono ritornate, e l’esercito dei lavoratori salariati, che elemosinano lavoro per poter sopravvivere, da schiavi dello Stato sono diventati schiavi della “piccola nobiltà borghese”. In questa situazione, quei produttori individuali che lavorano senza impiegare lavoro esterno, sono delle vere eccezioni. Si trovano anche a manifestare con i contadini, ma per diverse ragioni: essi vogliono evitare i morsi della fame, la miseria e la morte. La situazione sta peggiorando sensibilmente. Gira una storia su un mendicante che si mostrava con una sola gamba mentre aveva l’altra legata e che credeva che in questo modo la gente si sarebbe mostrata più caritatevole. E’ questa l’assurdità del mondo capitalista? No, questa è la realtà del capitalismo. Anche la situazione della borghesia agraria sta peggiorando, e dopo l’ingresso dell’Ungheria nell’Unione Europea, dovranno vedersela duramente con la lotta per la competizione sui mercati e già protestano per la perdita del loro status. Ecco perché i trattori percorrono rumorosamente le vie di Budapest. Le manifestazioni dei proprietari agricoli sono cosa ormai quotidiana; sono finiti i tempi quando negli anni passati in primavera se ne andavano a caccia tranquillamente. Il loro “partito dei piccoli proprietari terrieri” è fallito dissolvendosi in vari piccoli partiti di estrema destra, il “re dei contadini” Jozsef Torgyan (ex capo di quel partito) “ha sacrificato la sua carriera politica” ed ora fa di nuovo l’avvocato, lasciando la classe dominante delle campagne senza un leader. Le manifestazioni del 2004 sono continuate nel febbraio di quest’anno, i carnefici della classe lavoratrice dei villaggi sono in affanno; essi hanno iniziato a sentire la paura di essere proletarizzati, così sono saliti -o hanno fatto salire i loro dipendenti- sui trattori.

    L’esercito di proprietari terrieri milionari (quelli che possiedono più di 30-35 ettari di terra) biasima il governo di sinistra per il peggioramento delle loro condizioni di vita, per il restringimento dei loro mercati. Naturalmente loro devono appellarsi a tutta la loro classe per raggiungere i loro obiettivi (ma si tratta di un tipico caso di pesce grosso-pesce piccolo), ma in che modo riuscirci? Ed anche se ci riescono, cosa abbiamo a che spartire con loro? Noi non siamo disturbati dal fatto che le iene del capitale si mangino l’un l’altra. Ma prima di tutto, abbiamo da pagare il prezzo del pane, della carne e del latte che noi, i proletari, siamo obbligati a pagare a causa delle liti interne alla borghesia. Così la classe lavoratrice deve svegliarsi e non deve chiedere, ma deve distruggere l’impero del capitale. Nella lotta per la competizione per l’accumulazione e la distribuzione dei profitti, si restringe notevolmente ancora una volta lo spazio di vita della classe lavoratrice.La classe dei poveri, del proletariato agricolo senza terra, crede di essere legato ai “suoi padroni” e si aspetta da loro un aiuto. Ma è tempo che la nostra classe si svegli: dai capitalisti non possiamo attenderci altro che umiliazioni, patate e verdure surgelate, vino cattivo e pessimo tabacco, l’aumento dei prezzi e lo stupro delle donne proletarie, alte tasse, esorbitanti bollette della luce, relazioni umane rovinate, vite buttate al vento, alcoolismo, suicidi, disoccupazione, sfratti, alienazione ed altri bei sogni…

    Abbiamo già detto degli “scrittori contadini”: nel realismo delle loro descrizioni possiamo anche incontrare la realtà del nostro presente. I partiti dell’opposizione di destra in parlamento e le loro squadre fasciste, istigano i piccoli proprietari contro il governo. I piccoli proprietari terrieri sono i loro pupazzi e gli slogan della propaganda per le elezioni del 2006 già si profilano all’orizzonte. La sinistra al governo ha derubato tutto quello che poteva prendere, e si è “dimenticata” di spartire i bocconcini succulenti con l’opposizione. Molte persone credono che i contadini siano “vittime delle politiche agrarie della UE”. Questo non è vero, essi sono vittime del sistema capitalistico – essi stanno perdendo la battaglia per la competizione e si stanno impoverendo, sono i medicanti di domani. Ma ancora una volta va ribadito: noi non abbiamo niente a che fare con i problemi che possono affliggere questa o quella frazione della borghesia. Una recente analisi ha dimostrato che “la loro produzione costa di più perché hanno meno capitali, meno immobili, meno attrezzature e meno esperti. La loro caratteristica è una grande richiesta di capitali a fronte di alti costi di produzione e scarsa efficienza, non sono in grado di produrre in grande quantità merci di alta qualità.” Rastrellano il denaro dei contribuenti come se venisse da un barile senza fondo. Ecco perché chiedono i sussidi dell’UE che il governo di sinistra sta ora mettendo in distribuzione. Riceveranno (o almeno così pare) 75 miliardi di fiorini dall’UE e 92 miliardi di fiorini dal budget governativo ungherese. Ne hanno bisogno subito, ma il governo è alle prese col debito e sta erogando i fondi gradualmente – e in questo modo colma il buco che è stato creato dalle loro malversazioni…

    Nella nostra produzione, definiamo di solito il capitalismo di Kadar come “capitalismo di Stato”. In realtà, sebbene questo non sia un concetto errato, da quando nella Formula 1 del capitalismo le aziende sono al di sopra del potere dello Stato, lo Stato può solo cercare di cavalcarle e governare i movimenti dei capitali.

    Questa è la ragione principale del collasso dell’area economica bolscevica. Si applica così il “principio dell’effetto domino”: se l’economia non prospera, noi ne saremo le vittime. A dispetto di ciò, noi non siamo interessati -a differenza dei socialdemocratici- nell’istituzione di un sistema di welfare.

    Come diceva il vecchio comunista:”Il proletariato non ha da perdere che le sue catene!”

    Barikád Kollektíva

    marzo 2005

    Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali

    http://www.anarcom.lapja.hu

  28. Di fronte allo sviluppo della più grave crisi capitalistica dal 1929-32
    Il comunismo, a 20 anni dalla “caduta del muro di Berlino”, resta la prospettiva di liberazione dei lavoratori e l’avvenire dell’umanità.

    20 anni fa la crisi del regime della Germania dell’Est e di quello della stessa Unione Sovietica faceva sì che le masse di Berlino Est abbattessero il muro che separava le due parti della capitale tedesca, visto come simbolo di oppressione politica e nazionale. Di lì a due anni l’Unione Sovietica sarebbe a sua volta crollata.
    In realtà quello che crollava 20 anni fa non era un vero e compiuto comunismo o socialismo. Era il prodotto di un degenerazione del tentativo di costruire una nuova società liberata da sfruttamento e oppressione, una degenerazione che ha il nome di stalinismo. Per cui nei paesi dell’Est esistevano dei regimi che combinavano importanti e reali conquiste sociali- grazie all’abolizione della proprietà privata del sistema produttivo e finanziario – con un oppressione politica e sociale funzionale al dominio di una casta burocratica. La stessa che è poi stata, nella maggioranza di questi paesi, lo strumento della restaurazione del capitalismo e la componente principale della nuova borghesia sfruttatrice.
    Questo sviluppo non è giunto inaspettato per i veri comunisti: già nel lontano 1938, Leone Trotsky, il principale dirigente, insieme a Lenin, della rivoluzione russa del 1917 e il più grande avversario dello stalinismo scriveva “ Il pronostico politico[ per l’URSS] ha un carattere alternativo: o la burocrazia, diventando sempre di più l’organo della borghesia mondiale nello Stato Operaio, distrugge le nuove forme di proprietà e respinge il paese nel capitalismo, oppure la classe operaia schiaccia la burocrazia e si apre la via verso il socialismo.”
    E’ il corno negativo di questa previsione che si è realizzato.
    I cantori del capitalismo proclamarono allora “la fine della storia”, cioè la fine di ogni grande conflitto politico e sociale, la nascita di un “nuovo ordine mondiale” di progresso nel quadro dell’economia di mercato sempre più globalizzata. Abbiamo visto: guerre e crisi sono state la realtà di un nuovo “disordine globale”.
    Mentre il cosiddetto fallimento del comunismo veniva utilizzato per colpire in tutti i paesi, in nome del “libero mercato” le conquiste decennali del movimento dei lavoratori, su terreni quali il salario, la flessibilità contrattuale, le pensioni, lo “stato sociale”.
    Ed oggi noi stiamo vivendo la più grande crisi capitalistica dal 1929-32. E sono ancora una volta i lavoratori a pagarne il prezzo.
    E’ inoltre evidente che la ripresa che viene annunciata non chiuderà né le conseguenze negativa della crisi, nè il ciclo delle crisi che si riproporranno sempre più pesanti.
    Quello che in realtà sta dimostrando il suo fallimento è il sistema capitalistico; l’insensatezza di una società basata non sulla soddisfazione dei bisogni umani ma sulla ricerca e difesa del massimo profitto per una piccola minoranza di capitalisti, banchieri e loro rappresentanti politici che condanna la grande maggioranza dell’umanità allo sfruttamento e alla povertà, quando non – nei paesi più arretrati – alla morte per fame o malattie curabili.
    Non c’è “riforma” possibile per il capitalismo. Bisogna abbatterlo per costruire un mondo nuovo e possibile: quello del socialismo (proprietà sociale delle industrie, servizi e trasporti) che porti gradualmente al comunismo ( cioè una società in cui viga il principio “da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni”).
    Questa battaglia storica ha fondamentale importanza per le nostre condizioni di vita e di lavoro. Le conquiste che-anche con l’aiuto della demagogia, sposata da destre e centrosinistra, sul “fallimento del comunismo”- sono state colpite in questi decenni, non erano solo il prodotto di una mobilitazione sul terreno sindacale ed economico, ma anche il sottoprodotto della lotta di classe politica rivoluzionaria su scala mondiale, della paura dei padroni di una rivoluzione operaia che mettesse in causa il loro dominio.
    Per vincere anche sul terreno dei nostri interessi immediati e per non restare sempre più vittime della crisi del sistema capitalistico è necessario che i lavoratori riprendere coscienza della necessità della battaglia per una società socialista.
    E’ a questo e solo a questo che si dedica, insieme ai suoi partiti fratelli in tutto il mondo, il Partito Comunista dei Lavoratori.

    Partito Comunista dei Lavoratori

  29. Alla classe operaia, ai lavoratori, ai popoli oppressi di tutto il mondo!

    Si avvicina il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e la borghesia va allestendo

    l’ennesimo attacco anticomunista e antioperaio, condito dalle più logore falsificazioni storiche.

    Sono ormai venti anni che la classe dominante pretende di sequestrare le necessità e le aspirazioni di

    cambiamento della classe operaia e dei popoli con le demagogiche promesse di “un nuovo ordine

    mondiale” e le menzogne sulla “fine del socialismo”, per impedire ogni tentativo di resistenza, di

    rivolta, di messa in discussione del sistema capitalistico.

    Dopo gli avvenimenti del 1989 i propagandisti dell’imperialismo annunciarono che era finita la

    storia, che le ideologie non servivano più (tranne quella borghese, ovviamente), che la rivoluzione era

    una cosa del passato, e che perciò esisteva un solo orizzonte per l’umanità: quello fondato sulla

    proprietà privata dei mezzi di produzione sociali.

    Da allora, assieme alla presentazione degli eventi accaduti nell’Est europeo come la “sconfitta del

    comunismo”, si sono imposte le politiche neoliberiste, il “diritto d’ingerenza”, le “guerre preventive”

    per la riconquista del mondo da parte degli imperialisti nordamericani. Da allora la borghesia ha

    rafforzato la sua offensiva contro la classe operaia e le masse popolari, per aumentare lo sfruttamento

    e il saccheggio imperialista.

    Da parte loro, i revisionisti e i social-democratici in occasione di questo anniversario si dividono fra

    chi si cosparge il capo di cenere e chi ricostruisce in modo alterato le vicende che portarono alla caduta

    del muro. Molti di loro negli ultimi anni si sono spostati ancor più a destra, dimostrando tutta la loro

    debolezza ideologica e politica, mentre una parte è passata direttamente nel campo nemico. Altri, continuano

    a sostenere che non è più tempo di rivoluzione, che bisogna adattarsi alle regole imposte dalla

    borghesia, limitarsi alle riforme, e perciò condannano le forze comuniste e rivoluzionarie che hanno

    deciso di opporsi alla slavina, riorganizzandosi e riprendendo il cammino della lotta.

    Noi comunisti sappiamo che la caduta del muro di Berlino non ha implicato il crollo del socialismo

    proletario, ma è stata la tappa finale di un processo di distruzione della dittatura del proletariato e di

    restaurazione capitalista cominciato negli anni 50-60 dello scorso secolo in URSS e nella maggioranza

    dei paesi dell’Est, a causa dell’affermazione del revisionismo. L’affondamento del cosiddetto

    “socialismo reale” è stato il crollo di una sovrastruttura che non corrispondeva più ai rapporti di

    produzione effettivi, ma che a causa dei suoi tratti esteriori nominalmente “socialisti” ha contribuito a

    determinare confusione, sbandamento, riflusso e perdita di posizioni da parte della classe operaia.

    La caduta del muro non ha annullato la validità del marxismo-leninismo come teoria rivoluzionaria,

    bensì ha completato la parabola dell’ideologia revisionista nell’Est europeo. Essa non ha determinato

    la risoluzione delle principali contraddizioni della nostra epoca, bensì il loro aggravamento, come

    dimostra la realtà odierna.

    Cosa abbiamo visto, infatti, negli ultimi venti anni?

    Invece del superamento degli ostacoli economici, sociali e politici che impediscono l’emancipazione

    dell’umanità, abbiamo visto alzare muri ancora più alti di fronte agli sfruttati e agli oppressi.

    Quello che separa l’oligarchia finanziaria che vive nel lusso e nello spreco dalle grandi masse di

    donne e di uomini che creano con il loro lavoro tutte le ricchezze, senza però poterne beneficiare

    poiché sono costretti a soffrire il giogo dello sfruttamento intensivo, della disoccupazione, della

    precarietà, della povertà, ricevendo solo carità dai governi borghesi.

    Quello fra un pugno di potenze imperialiste e i paesi dipendenti sottoposti al brutale saccheggio

    delle loro risorse, costretti al sottosviluppo e gettati nella fame.

    Quello rappresentato dall’oscurantismo, dall’ignoranza, dall’oppressione religiosa, dal

    cosmopolitismo borghese, che servono a mantenere i lavoratori sottomessi e abbrutiti.

    Quello eretto contro i migranti fra USA e Messico, in Europa, nel Mediterraneo, quello alzato dal

    sionismo in Palestina, quello conservato dall’imperialismo nella penisola coreana e molti altri.

    Che fine hanno fatto dopo due decenni le promesse sparse ai quattro venti dalla classe dominante?

    Avevano promesso la “crescita economica”, ma abbiamo visto l’estensione senza precedenti del parassitismo

    e della speculazione, crisi economico-finanziarie sempre più frequenti e profonde, fino a

    giungere a quella attuale, la più grave e distruttiva crisi degli ultimi ottanta anni, nella quale si esprimono

    tutti i problemi accumulatisi anteriormente.

    Avevano garantito “libertà e democrazia”, ma queste ipocrite parole si sono presto trasformate nella

    dittatura rafforzata di un gruppo di paesi imperialisti e dei monopoli finanziari, in un dominio neocolonialista

    ancora più feroce, cui sono sottoposti centinaia di paesi e nazioni dipendenti, in colpi di stato

    come quelli avvenuti di recente in Honduras e in Africa, in soppressione dei diritti dei lavoratori e delle

    libertà democratiche in molti paesi, in Stati-gendarme sempre più autoritari e fascisti.

    Avevano assicurato un “mondo di pace”, ma le potenze imperialiste, USA in testa, hanno rafforzato i

    loro arsenali e apparati militari, scatenato una serie di guerre di aggressione ed atti di autentico

    terrorismo che hanno mietuto centinaia di migliaia di vittime, così come si sono intensificate le rivalità

    fra i paesi imperialisti e i gruppi monopolisti per una nuova spartizione delle materie prime, dei

    mercati, delle sfere di influenza, accrescendo così il pericolo di un nuovo conflitto mondiale.

    Parlavano ancora di “protezione della natura”, ma vediamo che la ricerca del massimo profitto ha

    devastato l’ecosistema, mostrando che il capitalismo, con la sua logica predatoria, è incompatibile con

    l’esistenza stessa del genere umano.

    E che dire della situazione dei paesi dell’Est europeo “restituiti alla libertà”? Salari da fame,

    disoccupazione di massa, cancellazione di ogni forma di tutela sociale, catastrofe economica, aumento

    della mortalità, criminalità, prostituzione, subordinazione più servile agli interessi dell’imperialismo

    occidentale o, nel caso della Russia, affermazione del più retrivo sciovinismo per affermare i propri

    interessi imperialisti. C’è forse da stupirsi se in questi paesi oggi cresce la “nostalgia del socialismo”,

    cioè di un sistema sociale superiore a quello capitalista, che aveva raggiunto grandi conquiste

    nonostante le continue aggressioni imperialiste, prima che il revisionismo lo minasse dall’interno e poi

    lo sgretolasse?

    In questi venti anni la classe operaia, gli altri lavoratori, la maggioranza dei popoli, nonostante i colpi

    subiti non sono stati fermi, non hanno accettato in silenzio la schiavitù del lavoro salariato e l’oppressione

    imperialista. Il riflusso della lotta di classe ha gradualmente lasciato il posto ad una maggiore

    resistenza e a nuova ascesa della lotta politica e sociale, sia pure espressa in modo differente da paese

    e paese. In particolare nell’ultimo decennio abbiamo osservato un importante processo di ripresa

    delle lotte, significativi avanzamenti dei lavoratori e dei popoli, nonostante la crescente aggressività

    della borghesia.

    La storia non è finita con la caduta del muro di Berlino, al contrario ha subito una evidente accelerazione.

    La lotta delle classi sociali, che è il suo motore fino al raggiungimento del comunismo, va

    avanti e riprende slancio il movimento comunista ed operaio internazionale. I protagonisti della lotta

    per la trasformazione sociale sono ancora in piedi e disposti a dare battaglia! Ciò preoccupa a tal punto

    la borghesia che – a venti anni dalla “morte dichiarata del comunismo” – deve continuamente esorcizzare,

    denigrare e criminalizzare il suo fantasma, per evitare che il proletariato si riappropri della

    sua teoria rivoluzionaria.

    Tutto ciò è una dimostrazione che la presunta superiorità e invincibilità del capitalismo è una

    menzogna, che le ragioni della rivoluzione e del socialismo continuano a esseri più che mai attuali e

    valide.

    Oggi siamo in una situazione internazionale assai differente da quella del 1989. La borghesia si

    trova dentro una disastrosa crisi economica, risultato delle leggi di funzionamento del capitalismo, e

    non ha risposte da fornire alle necessità e alle aspirazioni dei lavoratori e dei popoli. E’ più vulnerabile

    di ieri, ed esistono numerosi anelli deboli nella catena del suo dominio.

    La crisi attuale di sovrapproduzione relativa, intrecciata con la crisi generale del sistema imperialista-

    capitalista, durerà a lungo, svelando agli occhi delle masse il vero volto della borghesia: una classe

    che ha da tempo esaurito la sua funzione storica, ma che continua a chiamare chiamano i lavoratori e i

    popoli ai “necessari sacrifici” per garantirsi la sopravvivenza e i privilegi.

    Vediamo infatti che mentre i governi prelevano dalle casse pubbliche enormi quantità di denaro per

    favorire i monopoli capitalisti, le banche, si accresce costantemente la disoccupazione, i salari e le pensioni

    vengono ridotti, i servizi sociali smantellati, e perciò i lavoratori cadono nella miseria e nella

    fame. L’offensiva dei capitalisti va assumendo man mano forme sempre più acute, la borghesia e suoi

    governi lanciano l’attacco a tutte le conquiste politiche ed economiche ottenute a prezzo di dure lotte.

    Il fascismo fa passi avanti in diversi paesi, fomentato dai gruppi più reazionari del capitale finanziario.

    Nuove guerre di rapina si preparano.

    Questa situazione mette in luce l’inconciliabilità degli interessi fra proletari e borghesi e pone la

    classe operaia e i lavoratori di fronte al bisogno urgente di realizzare il fronte unico di lotta contro l’offensiva

    capitalista, la reazione politica e le aggressioni imperialiste.

    L’ostacolo principale che oggi si frappone alla costruzione del fronte unico è la politica di collaborazione

    di classe seguita dai partiti socialdemocratici e dai sindacati gialli, veri e propri puntelli sociali

    della borghesia. Costoro riproponendo alle masse un “riformismo” messo ormai fuori uso dalle leggi

    inesorabili del capitalismo, frenano e dividono il movimento operaio e sindacale, lo deviano verso il

    cretinismo parlamentare e aprono le porte alla forze reazionarie.

    Per rimuovere questo ostacolo, per lottare efficacemente, occorre che i lavoratori si uniscano per

    difendere in modo intransigente i propri interessi economici e politici, avanzando un programma

    concreto di azione contro la borghesia: contro i licenziamenti, la diminuzione del salario, i tagli alla

    spesa sociale, per riversare sui padroni, sui ricchi, sui parassiti le conseguenze della crisi,

    intensificando nelle fabbriche, nelle campagne, nelle strade, la lotta contro l’offensiva capitalista,

    organizzando così una larga controffensiva internazionale, affinché non siano i proletari e i popoli ad

    essere sacrificati ma gli interessi economici dei capitalisti!

    Allo stesso tempo è necessario che ai comunisti e ai rivoluzionari si uniscano tutte le forze realmente

    democratiche, progressiste, di sinistra, per dare impulso alla lotta antimperialista e antifascista, per favorire

    la tendenza al cambiamento che si sviluppa nel mondo, particolarmente in America Latina e in

    Asia, per sviluppare la solidarietà tra i popoli.

    I partiti e le organizzazioni della C.I.P.O.M.L., assieme alle forze politiche e sociali che aderiscono al

    presente appello, pongono nel modo più risoluto alle masse il problema dell’uscita rivoluzionaria dalla

    crisi del capitalismo. Di fronte alle misure adottate dai governi borghesi, di fronte alle illusioni sparse

    da coloro che si propongono di “regolare” un ordinamento sociale in decomposizione, noi comunisti affermano

    che i mali dell’imperialismo non sono curabili, che la sola via di uscita dalla crisi generale del

    capitalismo è il socialismo proletario, la società pianificata dei produttori.

    A questo scopo, mentre prendiamo parte e sosteniamo le lotte che sotto i colpi della crisi si vanno

    sviluppando con forme sempre più acute, mentre cooperiamo alla loro organizzazione indicando che i

    lavoratori devono rifiutarsi di sopportare le conseguenze della crisi, diciamo che la situazione diverrà

    ancora più grave se il proletariato e i popoli non riusciranno a raccogliere tutte le loro forze per rispondere

    all’attacco e lottare per l’abbattimento della dittatura delle classi sfruttatrici, per un nuovo e

    superiore ordinamento sociale.

    Venti anni dopo la caduta del muro di Berlino la rivoluzione socialista si presenta ancora una volta

    come una questione posta e da risolvere attraverso il rafforzamento e la costruzione di forti partiti comunisti

    che alzino la bandiera del marxismo-leninismo, la bandiera dell’Ottobre sovietico, la bandiera

    della rivoluzione proletaria mondiale!

    Ottobre 2009

  30. Questo anno ricorre sia il 60° anniversario della nascita della DDR, avvenuta il 7 ottobre 1949, sia il 20° della caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989.

    Il Muro ha assunto nella nostra società il significato del simbolo della violenza e del limite delle libertà imposto dai paesi socialisti ai loro cittadini: uno strumento di propaganda da parte dei paesi capitalistici per demonizzare una società che promuoveva un differente sistema di valori, fondato sulla giustizia sociale, l’uguaglianza delle opportunità, il diritto alla casa, alla sanità e alla scuola (gratuita fino all’università), nonché un sistema in cui la disoccupazione era praticamente inesistente e la partecipazione operaia nelle gestione delle fabbriche un diritto.
    Pochi lo ammettono ma la DDR aveva una legislazione ecologista all’avanguardia rispetto ai paesi occidentali e una politica estera volta alla pace e all’amicizia fra i popoli: Berlino Est sosteneva gli esuli cileni che fuggivano da Pinochet dando loro ospitalità, lavoro e formazione. In Cile, ancora oggi, vi sono donne e uomini che vivono grazie all’integrazione della pensione che giunge loro da quanto ricevuto dopo 15 anni di lavoro in DDR. Per non parlare del caffé del Nicaragua, dello zucchero di Cuba e di una rete di scambi economici fondata sul giusto prezzo, ben prima della nascita in Occidente del commercio equo e solidale. Oggi, addirittura, il ministero dell’educazione della Finlandia sta copiando i programmi didattici in uso nella DDR per implementarli nel proprio paese. Senza dimenticare l’educazione sessuale, discussa e presentata in televisione nei primi anni sessanta, e il pieno riconoscimento della sessualità prematrimoniale tra i ragazzi, concetti del tutto inimmaginabili nell’Occidente di quell’epoca. Eppure, al di là del Muro, sembrerebbe fosse tutto grigio e buio come una grande prigione.
    A vent’anni dalla fine di quegli avvenimenti, occorrerebbe riflettere con più precisione su quanto accaduto, con maggiore equilibrio, senza demonizzazioni, ma capendo la complessità del contesto storico nel quale si viveva. Valutare lo sviluppo di quei paesi estraniandoli dal quadro di una violentissima guerra fredda che divideva il mondo in buoni e cattivi in qualsiasi ambito, significa continuare una battaglia ideologica (e non una seria ricerca storica) anche a due decenni dalla fine di quell’esperienza, come se continuasse a far paura! Il dato odierno, secondo cui a Berlino il 47% della popolazione ha votato per la LINKE, erede diretta della SED (il partito socialista che reggeva la DDR), e che in tutta la Germania 2 milioni di elettori in più rispetto all’ultima consultazione abbiano sostenuto questa formazione è un dato da non sottovalutare; così come non va banalizzato il fenomeno della “Ostalgie”, che riguarda ormai quasi la metà dei cittadini dei Länder orientali. E ciò, nonostante in questi vent’anni dall’annessione della DDR da parte della Repubblica Federale Tedesca, il governo germanico abbia investito milioni per distruggere ogni riferimento al passato socialista: dall’abbattimento di palazzi storici, alla riforma dei programmi scolastici per uniformare vergognosamente Hitler a Honecker, ecc.
    Sia chiaro che come comunisti ticinesi siamo contro tutti i muri, ma non possiamo non ricordare che la costruzione di quello di Berlino, nel 1961, è stato anche il risultato di una necessità per lo Stato operaio di difendersi da attacchi e attentati terroristici promossi da gruppi estremisti (spesso neo-fascisti) e servizi segreti che agivano partendo dall’Ovest contro il nemico della guerra fredda. Una guerra che non fu combattuta, ma che agiva ampiamente nei comportamenti e nel modo di pensare delle persone e dei politici e dove ogni pretesto era buono, dall’una e dall’altra parte, per favorire il manicheismo.
    Il socialismo reale della DDR non esiste più e non tornerà più in quelle forme: le epoche cambiano e i metodi della politica pure. Oggi è quanto mai necessario sviluppare un “socialismo del XXI secolo” che non rinunci però alle conquiste positive delle esperienze del ’900 e che sappia interpretare creativamente, secondo i bisogni attuali della popolazione, gli insegnamenti del marxismo e del leninismo, affinché si sappia offrire un’alternativa al capitalismo in crisi senza cadere negli errori che ci furono in passato.

  31. Le macerie ideologiche dello stalinismo

    A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino

    Vent’anni fa, per l’esattezza il 9 novembre del 1989, crollava il Muro di Berlino, ossia la barriera di cemento alta tre metri e mezzo e lunga più di 155 chilometri, che fu eretta nel 1961 dalla dittatura stalinista al potere nella Germania orientale per contrastare l’emorragia di professionisti e lavoratori specializzati verso la parte occidentale della città. Si calcola che tra il 1949 e il 1961 i tedeschi passati da Berlino Est a Berlino Ovest furono circa due milioni e mezzo.

    Ma al di là della sua specifica funzione, il crollo del Muro rappresentò l’inizio della fine per tutto il blocco sovietico, una sorta di implosione a catena che culminerà, due anni dopo, con lo sgretolamento della stessa Unione Sovietica.

    Ideologi e pennivendoli della borghesia internazionale, dunque, si trovarono di fronte una splendida occasione per screditare agli occhi dei proletari di tutto il mondo quella che si presentava come l’unica, tangibile alternativa alla società capitalistica, e così iniziarono subito a scagliare le abbondanti macerie che offrivano le rovine del Muro non tanto contro i regimi stalinisti caduti, quanto contro il comunismo nel suo complesso, descritto come un nefasto progetto utopico che, lungi da essere la salvezza per l’umanità, nei fatti aveva partorito un’immensa prigione con tanto di filo spinato e vopos pronti a sparare a chi tentava di… fuggire dal paradiso. Certo, oggi come allora noi sappiamo che le cose non stanno affatto in questo modo. Il blocco imperialista facente capo all’URSS e comprendente i paesi dell’Europa orientale è crollato a causa della crisi economica mondiale apertasi all’inizio degli anni ’70 (la crisi del terzo ciclo di accumulazione capitalistica), che travolse prima i paesi del cosiddetto terzo mondo, che affossò poi l’intero blocco sovietico, e che morde ora in profondità anche i paesi occidentali.

    Nei paesi del “socialismo reale”, infatti, di reale c’era solo il capitalismo di stato, per cui si manifestavano tutte le contraddizioni tipiche di un sistema economico basato sull’accumulazione capitalistica. Altro che gestione operaia dei mezzi di produzione e potere dei consigli…

    Il problema è che lo stalinismo puzza forse più da morto che da vivo, nel senso che insieme al Muro, nelle coscienze di tanti proletari, non è caduto solo il falso mito del capitalismo di stato, ma anche l’idea stessa che sia possibile lottare per un’alternativa comunista all’attuale società capitalistica, dominante in ogni angolo del pianeta e ovviamente anche in quella Cina che marcia a ritmi elevatissimi grazie all’iper-sfruttamento della classe lavoratrice, e dove il potere è nelle mani di un partito che continua a definirsi comunista, che sventola la falce e martello e che alza le effigi di Marx e Lenin accanto a quella di Mao.

    Lottando sul terreno dell’anti-capitalismo e del comunismo rivoluzionario, sappiamo perfettamente che uno dei principali ostacoli ideologici che si frappone fra noi e la classe quando diffondiamo il nostro programma politico è proprio il crollo del blocco sovietico, che, identificato con il fallimento del comunismo, è il frutto avvelenato della controrivoluzione staliniana, sepolto sotto le macerie del Muro ma ancora mefitico per le coscienze dei proletari di tutto il mondo.

    In molti lavoratori il crollo del blocco sovietico ha fatto venire meno il senso dell’alternativa, cioè l’idea che si possa dare vita a una società radicalmente diversa da quella attuale e che si possa basare sul superamento dell’economia di mercato e la divisione in classi.

    Forse, però, le generazioni nate dopo l’’89 sentiranno meno il peso di queste macerie, anche perché si trovano ora nel bel mezzo di una crisi mondiale che non riguarda un modello economico sedicente comunista, ma il capitalismo, e nella fattispecie il capitalismo neoliberista globalizzato che, dopo il crollo dell’“impero del male”, avrebbe dovuto essere il capolinea della storia, il non plus ultra, la panacea che avrebbe aperto un’era di pace e prosperità e che invece, giorno dopo giorno, si sta trasformando nel suo contrario…

    Insomma, come sempre è la realtà dei fatti ad avere l’ultima parola, e a vent’anni dal crollo del Muro il castello di bugie che la classe dominante ha edificato per convincere i proletari di tutto il pianeta che questo caos di guerre, crisi, oppressione e sfruttamento sia davvero il massimo a cui si possa aspirare, sta già tremando.

    Ai rivoluzionari il compito di dimostrare che un altro mondo è possibile e quest’altro mondo si chiama comunismo. Vale a dire una società esattamente agli antipodi rispetto alle dittature staliniste che si realizzarono al di là del Muro.

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