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	<title>Commenti a: Ich bin ein Berliner [1989-2009]</title>
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		<title>Di: Gli internazionalisti Per il Partito Rivoluzionario</title>
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		<dc:creator>Gli internazionalisti Per il Partito Rivoluzionario</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 19:12:00 +0000</pubDate>
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		<description>Le macerie ideologiche dello stalinismo

A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino

Vent’anni fa, per l’esattezza il 9 novembre del 1989, crollava il Muro di Berlino, ossia la barriera di cemento alta tre metri e mezzo e lunga più di 155 chilometri, che fu eretta nel 1961 dalla dittatura stalinista al potere nella Germania orientale per contrastare l’emorragia di professionisti e lavoratori specializzati verso la parte occidentale della città. Si calcola che tra il 1949 e il 1961 i tedeschi passati da Berlino Est a Berlino Ovest furono circa due milioni e mezzo.

Ma al di là della sua specifica funzione, il crollo del Muro rappresentò l’inizio della fine per tutto il blocco sovietico, una sorta di implosione a catena che culminerà, due anni dopo, con lo sgretolamento della stessa Unione Sovietica.

Ideologi e pennivendoli della borghesia internazionale, dunque, si trovarono di fronte una splendida occasione per screditare agli occhi dei proletari di tutto il mondo quella che si presentava come l’unica, tangibile alternativa alla società capitalistica, e così iniziarono subito a scagliare le abbondanti macerie che offrivano le rovine del Muro non tanto contro i regimi stalinisti caduti, quanto contro il comunismo nel suo complesso, descritto come un nefasto progetto utopico che, lungi da essere la salvezza per l’umanità, nei fatti aveva partorito un’immensa prigione con tanto di filo spinato e vopos pronti a sparare a chi tentava di… fuggire dal paradiso. Certo, oggi come allora noi sappiamo che le cose non stanno affatto in questo modo. Il blocco imperialista facente capo all’URSS e comprendente i paesi dell’Europa orientale è crollato a causa della crisi economica mondiale apertasi all’inizio degli anni ’70 (la crisi del terzo ciclo di accumulazione capitalistica), che travolse prima i paesi del cosiddetto terzo mondo, che affossò poi l’intero blocco sovietico, e che morde ora in profondità anche i paesi occidentali.

Nei paesi del “socialismo reale”, infatti, di reale c’era solo il capitalismo di stato, per cui si manifestavano tutte le contraddizioni tipiche di un sistema economico basato sull’accumulazione capitalistica. Altro che gestione operaia dei mezzi di produzione e potere dei consigli…

Il problema è che lo stalinismo puzza forse più da morto che da vivo, nel senso che insieme al Muro, nelle coscienze di tanti proletari, non è caduto solo il falso mito del capitalismo di stato, ma anche l’idea stessa che sia possibile lottare per un’alternativa comunista all’attuale società capitalistica, dominante in ogni angolo del pianeta e ovviamente anche in quella Cina che marcia a ritmi elevatissimi grazie all’iper-sfruttamento della classe lavoratrice, e dove il potere è nelle mani di un partito che continua a definirsi comunista, che sventola la falce e martello e che alza le effigi di Marx e Lenin accanto a quella di Mao.

Lottando sul terreno dell’anti-capitalismo e del comunismo rivoluzionario, sappiamo perfettamente che uno dei principali ostacoli ideologici che si frappone fra noi e la classe quando diffondiamo il nostro programma politico è proprio il crollo del blocco sovietico, che, identificato con il fallimento del comunismo, è il frutto avvelenato della controrivoluzione staliniana, sepolto sotto le macerie del Muro ma ancora mefitico per le coscienze dei proletari di tutto il mondo.

In molti lavoratori il crollo del blocco sovietico ha fatto venire meno il senso dell’alternativa, cioè l’idea che si possa dare vita a una società radicalmente diversa da quella attuale e che si possa basare sul superamento dell’economia di mercato e la divisione in classi.

Forse, però, le generazioni nate dopo l’’89 sentiranno meno il peso di queste macerie, anche perché si trovano ora nel bel mezzo di una crisi mondiale che non riguarda un modello economico sedicente comunista, ma il capitalismo, e nella fattispecie il capitalismo neoliberista globalizzato che, dopo il crollo dell’“impero del male”, avrebbe dovuto essere il capolinea della storia, il non plus ultra, la panacea che avrebbe aperto un’era di pace e prosperità e che invece, giorno dopo giorno, si sta trasformando nel suo contrario…

Insomma, come sempre è la realtà dei fatti ad avere l’ultima parola, e a vent’anni dal crollo del Muro il castello di bugie che la classe dominante ha edificato per convincere i proletari di tutto il pianeta che questo caos di guerre, crisi, oppressione e sfruttamento sia davvero il massimo a cui si possa aspirare, sta già tremando.

Ai rivoluzionari il compito di dimostrare che un altro mondo è possibile e quest’altro mondo si chiama comunismo. Vale a dire una società esattamente agli antipodi rispetto alle dittature staliniste che si realizzarono al di là del Muro.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Le macerie ideologiche dello stalinismo</p>
<p>A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino</p>
<p>Vent’anni fa, per l’esattezza il 9 novembre del 1989, crollava il Muro di Berlino, ossia la barriera di cemento alta tre metri e mezzo e lunga più di 155 chilometri, che fu eretta nel 1961 dalla dittatura stalinista al potere nella Germania orientale per contrastare l’emorragia di professionisti e lavoratori specializzati verso la parte occidentale della città. Si calcola che tra il 1949 e il 1961 i tedeschi passati da Berlino Est a Berlino Ovest furono circa due milioni e mezzo.</p>
<p>Ma al di là della sua specifica funzione, il crollo del Muro rappresentò l’inizio della fine per tutto il blocco sovietico, una sorta di implosione a catena che culminerà, due anni dopo, con lo sgretolamento della stessa Unione Sovietica.</p>
<p>Ideologi e pennivendoli della borghesia internazionale, dunque, si trovarono di fronte una splendida occasione per screditare agli occhi dei proletari di tutto il mondo quella che si presentava come l’unica, tangibile alternativa alla società capitalistica, e così iniziarono subito a scagliare le abbondanti macerie che offrivano le rovine del Muro non tanto contro i regimi stalinisti caduti, quanto contro il comunismo nel suo complesso, descritto come un nefasto progetto utopico che, lungi da essere la salvezza per l’umanità, nei fatti aveva partorito un’immensa prigione con tanto di filo spinato e vopos pronti a sparare a chi tentava di… fuggire dal paradiso. Certo, oggi come allora noi sappiamo che le cose non stanno affatto in questo modo. Il blocco imperialista facente capo all’URSS e comprendente i paesi dell’Europa orientale è crollato a causa della crisi economica mondiale apertasi all’inizio degli anni ’70 (la crisi del terzo ciclo di accumulazione capitalistica), che travolse prima i paesi del cosiddetto terzo mondo, che affossò poi l’intero blocco sovietico, e che morde ora in profondità anche i paesi occidentali.</p>
<p>Nei paesi del “socialismo reale”, infatti, di reale c’era solo il capitalismo di stato, per cui si manifestavano tutte le contraddizioni tipiche di un sistema economico basato sull’accumulazione capitalistica. Altro che gestione operaia dei mezzi di produzione e potere dei consigli…</p>
<p>Il problema è che lo stalinismo puzza forse più da morto che da vivo, nel senso che insieme al Muro, nelle coscienze di tanti proletari, non è caduto solo il falso mito del capitalismo di stato, ma anche l’idea stessa che sia possibile lottare per un’alternativa comunista all’attuale società capitalistica, dominante in ogni angolo del pianeta e ovviamente anche in quella Cina che marcia a ritmi elevatissimi grazie all’iper-sfruttamento della classe lavoratrice, e dove il potere è nelle mani di un partito che continua a definirsi comunista, che sventola la falce e martello e che alza le effigi di Marx e Lenin accanto a quella di Mao.</p>
<p>Lottando sul terreno dell’anti-capitalismo e del comunismo rivoluzionario, sappiamo perfettamente che uno dei principali ostacoli ideologici che si frappone fra noi e la classe quando diffondiamo il nostro programma politico è proprio il crollo del blocco sovietico, che, identificato con il fallimento del comunismo, è il frutto avvelenato della controrivoluzione staliniana, sepolto sotto le macerie del Muro ma ancora mefitico per le coscienze dei proletari di tutto il mondo.</p>
<p>In molti lavoratori il crollo del blocco sovietico ha fatto venire meno il senso dell’alternativa, cioè l’idea che si possa dare vita a una società radicalmente diversa da quella attuale e che si possa basare sul superamento dell’economia di mercato e la divisione in classi.</p>
<p>Forse, però, le generazioni nate dopo l’’89 sentiranno meno il peso di queste macerie, anche perché si trovano ora nel bel mezzo di una crisi mondiale che non riguarda un modello economico sedicente comunista, ma il capitalismo, e nella fattispecie il capitalismo neoliberista globalizzato che, dopo il crollo dell’“impero del male”, avrebbe dovuto essere il capolinea della storia, il non plus ultra, la panacea che avrebbe aperto un’era di pace e prosperità e che invece, giorno dopo giorno, si sta trasformando nel suo contrario…</p>
<p>Insomma, come sempre è la realtà dei fatti ad avere l’ultima parola, e a vent’anni dal crollo del Muro il castello di bugie che la classe dominante ha edificato per convincere i proletari di tutto il pianeta che questo caos di guerre, crisi, oppressione e sfruttamento sia davvero il massimo a cui si possa aspirare, sta già tremando.</p>
<p>Ai rivoluzionari il compito di dimostrare che un altro mondo è possibile e quest’altro mondo si chiama comunismo. Vale a dire una società esattamente agli antipodi rispetto alle dittature staliniste che si realizzarono al di là del Muro.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Partito Comunista Ticinese</title>
		<link>http://www.eildentroeilfuorieilbox84.org/2009/11/09/ich-bin-ein-berliner-1989-2009/comment-page-1/#comment-3772</link>
		<dc:creator>Partito Comunista Ticinese</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 19:08:19 +0000</pubDate>
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		<description>Questo anno ricorre sia il 60° anniversario della nascita della DDR, avvenuta il 7 ottobre 1949, sia il 20° della caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989.  	 
  	  	 
  	Il Muro ha assunto nella nostra società il significato del simbolo della violenza e del limite delle libertà imposto dai paesi socialisti ai loro cittadini: uno strumento di propaganda da parte dei paesi capitalistici per demonizzare una società che promuoveva un differente sistema di valori, fondato sulla giustizia sociale, l&#039;uguaglianza delle opportunità, il diritto alla casa, alla sanità e alla scuola (gratuita fino all&#039;università), nonché un sistema in cui la disoccupazione era praticamente inesistente e la partecipazione operaia nelle gestione delle fabbriche un diritto.
Pochi lo ammettono ma la DDR aveva una legislazione ecologista all&#039;avanguardia rispetto ai paesi occidentali e una politica estera volta alla pace e all&#039;amicizia fra i popoli: Berlino Est sosteneva gli esuli cileni che fuggivano da Pinochet dando loro ospitalità, lavoro e formazione. In Cile, ancora oggi, vi sono donne e uomini che vivono grazie all’integrazione della pensione che giunge loro da quanto ricevuto dopo 15 anni di lavoro in DDR. Per non parlare del caffé del Nicaragua, dello zucchero di Cuba e di una rete di scambi economici fondata sul giusto prezzo, ben prima della nascita in Occidente del commercio equo e solidale. Oggi, addirittura, il ministero dell&#039;educazione della Finlandia sta copiando i programmi didattici in uso nella DDR per implementarli nel proprio paese. Senza dimenticare l’educazione sessuale, discussa e presentata in televisione nei primi anni sessanta, e il pieno riconoscimento della sessualità prematrimoniale tra i ragazzi, concetti del tutto inimmaginabili nell’Occidente di quell’epoca. Eppure, al di là del Muro, sembrerebbe fosse tutto grigio e buio come una grande prigione.
A vent&#039;anni dalla fine di quegli avvenimenti, occorrerebbe riflettere con più precisione su quanto accaduto, con maggiore equilibrio, senza demonizzazioni, ma capendo la complessità del contesto storico nel quale si viveva. Valutare lo sviluppo di quei paesi estraniandoli dal quadro di una violentissima guerra fredda che divideva il mondo in buoni e cattivi in qualsiasi ambito, significa continuare una battaglia ideologica (e non una seria ricerca storica) anche a due decenni dalla fine di quell&#039;esperienza, come se continuasse a far paura! Il dato odierno, secondo cui a Berlino il 47% della popolazione ha votato per la LINKE, erede diretta della SED (il partito socialista che reggeva la DDR), e che in tutta la Germania 2 milioni di elettori in più rispetto all&#039;ultima consultazione abbiano sostenuto questa formazione è un dato da non sottovalutare; così come non va banalizzato il fenomeno della &quot;Ostalgie&quot;, che riguarda ormai quasi la metà dei cittadini dei Länder orientali. E ciò, nonostante in questi vent&#039;anni dall&#039;annessione della DDR da parte della Repubblica Federale Tedesca, il governo germanico abbia investito milioni per distruggere ogni riferimento al passato socialista: dall&#039;abbattimento di palazzi storici, alla riforma dei programmi scolastici per uniformare vergognosamente Hitler a Honecker, ecc.
Sia chiaro che come comunisti ticinesi siamo contro tutti i muri, ma non possiamo non ricordare che la costruzione di quello di Berlino, nel 1961, è stato anche il risultato di una necessità per lo Stato operaio di difendersi da attacchi e attentati terroristici promossi da gruppi estremisti (spesso neo-fascisti) e servizi segreti che agivano partendo dall&#039;Ovest contro il nemico della guerra fredda. Una guerra che non fu combattuta, ma che agiva ampiamente nei comportamenti e nel modo di pensare delle persone e dei politici e dove ogni pretesto era buono, dall&#039;una e dall&#039;altra parte, per favorire il manicheismo.
Il socialismo reale della DDR non esiste più e non tornerà più in quelle forme: le epoche cambiano e i metodi della politica pure. Oggi è quanto mai necessario sviluppare un &quot;socialismo del XXI secolo&quot; che non rinunci però alle conquiste positive delle esperienze del &#039;900 e che sappia interpretare creativamente, secondo i bisogni attuali della popolazione, gli insegnamenti del marxismo e del leninismo, affinché si sappia offrire un&#039;alternativa al capitalismo in crisi senza cadere negli errori che ci furono in passato.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Questo anno ricorre sia il 60° anniversario della nascita della DDR, avvenuta il 7 ottobre 1949, sia il 20° della caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989.  	 </p>
<p>  	Il Muro ha assunto nella nostra società il significato del simbolo della violenza e del limite delle libertà imposto dai paesi socialisti ai loro cittadini: uno strumento di propaganda da parte dei paesi capitalistici per demonizzare una società che promuoveva un differente sistema di valori, fondato sulla giustizia sociale, l&#8217;uguaglianza delle opportunità, il diritto alla casa, alla sanità e alla scuola (gratuita fino all&#8217;università), nonché un sistema in cui la disoccupazione era praticamente inesistente e la partecipazione operaia nelle gestione delle fabbriche un diritto.<br />
Pochi lo ammettono ma la DDR aveva una legislazione ecologista all&#8217;avanguardia rispetto ai paesi occidentali e una politica estera volta alla pace e all&#8217;amicizia fra i popoli: Berlino Est sosteneva gli esuli cileni che fuggivano da Pinochet dando loro ospitalità, lavoro e formazione. In Cile, ancora oggi, vi sono donne e uomini che vivono grazie all’integrazione della pensione che giunge loro da quanto ricevuto dopo 15 anni di lavoro in DDR. Per non parlare del caffé del Nicaragua, dello zucchero di Cuba e di una rete di scambi economici fondata sul giusto prezzo, ben prima della nascita in Occidente del commercio equo e solidale. Oggi, addirittura, il ministero dell&#8217;educazione della Finlandia sta copiando i programmi didattici in uso nella DDR per implementarli nel proprio paese. Senza dimenticare l’educazione sessuale, discussa e presentata in televisione nei primi anni sessanta, e il pieno riconoscimento della sessualità prematrimoniale tra i ragazzi, concetti del tutto inimmaginabili nell’Occidente di quell’epoca. Eppure, al di là del Muro, sembrerebbe fosse tutto grigio e buio come una grande prigione.<br />
A vent&#8217;anni dalla fine di quegli avvenimenti, occorrerebbe riflettere con più precisione su quanto accaduto, con maggiore equilibrio, senza demonizzazioni, ma capendo la complessità del contesto storico nel quale si viveva. Valutare lo sviluppo di quei paesi estraniandoli dal quadro di una violentissima guerra fredda che divideva il mondo in buoni e cattivi in qualsiasi ambito, significa continuare una battaglia ideologica (e non una seria ricerca storica) anche a due decenni dalla fine di quell&#8217;esperienza, come se continuasse a far paura! Il dato odierno, secondo cui a Berlino il 47% della popolazione ha votato per la LINKE, erede diretta della SED (il partito socialista che reggeva la DDR), e che in tutta la Germania 2 milioni di elettori in più rispetto all&#8217;ultima consultazione abbiano sostenuto questa formazione è un dato da non sottovalutare; così come non va banalizzato il fenomeno della &#8220;Ostalgie&#8221;, che riguarda ormai quasi la metà dei cittadini dei Länder orientali. E ciò, nonostante in questi vent&#8217;anni dall&#8217;annessione della DDR da parte della Repubblica Federale Tedesca, il governo germanico abbia investito milioni per distruggere ogni riferimento al passato socialista: dall&#8217;abbattimento di palazzi storici, alla riforma dei programmi scolastici per uniformare vergognosamente Hitler a Honecker, ecc.<br />
Sia chiaro che come comunisti ticinesi siamo contro tutti i muri, ma non possiamo non ricordare che la costruzione di quello di Berlino, nel 1961, è stato anche il risultato di una necessità per lo Stato operaio di difendersi da attacchi e attentati terroristici promossi da gruppi estremisti (spesso neo-fascisti) e servizi segreti che agivano partendo dall&#8217;Ovest contro il nemico della guerra fredda. Una guerra che non fu combattuta, ma che agiva ampiamente nei comportamenti e nel modo di pensare delle persone e dei politici e dove ogni pretesto era buono, dall&#8217;una e dall&#8217;altra parte, per favorire il manicheismo.<br />
Il socialismo reale della DDR non esiste più e non tornerà più in quelle forme: le epoche cambiano e i metodi della politica pure. Oggi è quanto mai necessario sviluppare un &#8220;socialismo del XXI secolo&#8221; che non rinunci però alle conquiste positive delle esperienze del &#8217;900 e che sappia interpretare creativamente, secondo i bisogni attuali della popolazione, gli insegnamenti del marxismo e del leninismo, affinché si sappia offrire un&#8217;alternativa al capitalismo in crisi senza cadere negli errori che ci furono in passato.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti (CIPOML)</title>
		<link>http://www.eildentroeilfuorieilbox84.org/2009/11/09/ich-bin-ein-berliner-1989-2009/comment-page-1/#comment-3413</link>
		<dc:creator>Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti (CIPOML)</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Nov 2009 11:00:09 +0000</pubDate>
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		<description>Alla classe operaia, ai lavoratori, ai popoli oppressi di tutto il mondo!

Si avvicina il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e la borghesia va allestendo

l’ennesimo attacco anticomunista e antioperaio, condito dalle più logore falsificazioni storiche.

Sono ormai venti anni che la classe dominante pretende di sequestrare le necessità e le aspirazioni di

cambiamento della classe operaia e dei popoli con le demagogiche promesse di “un nuovo ordine

mondiale” e le menzogne sulla “fine del socialismo”, per impedire ogni tentativo di resistenza, di

rivolta, di messa in discussione del sistema capitalistico.

Dopo gli avvenimenti del 1989 i propagandisti dell’imperialismo annunciarono che era finita la

storia, che le ideologie non servivano più (tranne quella borghese, ovviamente), che la rivoluzione era

una cosa del passato, e che perciò esisteva un solo orizzonte per l&#039;umanità: quello fondato sulla

proprietà privata dei mezzi di produzione sociali.

Da allora, assieme alla presentazione degli eventi accaduti nell&#039;Est europeo come la “sconfitta del

comunismo”, si sono imposte le politiche neoliberiste, il “diritto d’ingerenza”, le “guerre preventive”

per la riconquista del mondo da parte degli imperialisti nordamericani. Da allora la borghesia ha

rafforzato la sua offensiva contro la classe operaia e le masse popolari, per aumentare lo sfruttamento

e il saccheggio imperialista.

Da parte loro, i revisionisti e i social-democratici in occasione di questo anniversario si dividono fra

chi si cosparge il capo di cenere e chi ricostruisce in modo alterato le vicende che portarono alla caduta

del muro. Molti di loro negli ultimi anni si sono spostati ancor più a destra, dimostrando tutta la loro

debolezza ideologica e politica, mentre una parte è passata direttamente nel campo nemico. Altri, continuano

a sostenere che non è più tempo di rivoluzione, che bisogna adattarsi alle regole imposte dalla

borghesia, limitarsi alle riforme, e perciò condannano le forze comuniste e rivoluzionarie che hanno

deciso di opporsi alla slavina, riorganizzandosi e riprendendo il cammino della lotta.

Noi comunisti sappiamo che la caduta del muro di Berlino non ha implicato il crollo del socialismo

proletario, ma è stata la tappa finale di un processo di distruzione della dittatura del proletariato e di

restaurazione capitalista cominciato negli anni 50-60 dello scorso secolo in URSS e nella maggioranza

dei paesi dell&#039;Est, a causa dell’affermazione del revisionismo. L’affondamento del cosiddetto

“socialismo reale” è stato il crollo di una sovrastruttura che non corrispondeva più ai rapporti di

produzione effettivi, ma che a causa dei suoi tratti esteriori nominalmente “socialisti” ha contribuito a

determinare confusione, sbandamento, riflusso e perdita di posizioni da parte della classe operaia.

La caduta del muro non ha annullato la validità del marxismo-leninismo come teoria rivoluzionaria,

bensì ha completato la parabola dell’ideologia revisionista nell’Est europeo. Essa non ha determinato

la risoluzione delle principali contraddizioni della nostra epoca, bensì il loro aggravamento, come

dimostra la realtà odierna.

Cosa abbiamo visto, infatti, negli ultimi venti anni?

Invece del superamento degli ostacoli economici, sociali e politici che impediscono l’emancipazione

dell’umanità, abbiamo visto alzare muri ancora più alti di fronte agli sfruttati e agli oppressi.

Quello che separa l’oligarchia finanziaria che vive nel lusso e nello spreco dalle grandi masse di

donne e di uomini che creano con il loro lavoro tutte le ricchezze, senza però poterne beneficiare

poiché sono costretti a soffrire il giogo dello sfruttamento intensivo, della disoccupazione, della

precarietà, della povertà, ricevendo solo carità dai governi borghesi.

Quello fra un pugno di potenze imperialiste e i paesi dipendenti sottoposti al brutale saccheggio

delle loro risorse, costretti al sottosviluppo e gettati nella fame.

Quello rappresentato dall&#039;oscurantismo, dall&#039;ignoranza, dall&#039;oppressione religiosa, dal

cosmopolitismo borghese, che servono a mantenere i lavoratori sottomessi e abbrutiti.

Quello eretto contro i migranti fra USA e Messico, in Europa, nel Mediterraneo, quello alzato dal

sionismo in Palestina, quello conservato dall&#039;imperialismo nella penisola coreana e molti altri.

Che fine hanno fatto dopo due decenni le promesse sparse ai quattro venti dalla classe dominante?

Avevano promesso la “crescita economica”, ma abbiamo visto l’estensione senza precedenti del parassitismo

e della speculazione, crisi economico-finanziarie sempre più frequenti e profonde, fino a

giungere a quella attuale, la più grave e distruttiva crisi degli ultimi ottanta anni, nella quale si esprimono

tutti i problemi accumulatisi anteriormente.

Avevano garantito “libertà e democrazia”, ma queste ipocrite parole si sono presto trasformate nella

dittatura rafforzata di un gruppo di paesi imperialisti e dei monopoli finanziari, in un dominio neocolonialista

ancora più feroce, cui sono sottoposti centinaia di paesi e nazioni dipendenti, in colpi di stato

come quelli avvenuti di recente in Honduras e in Africa, in soppressione dei diritti dei lavoratori e delle

libertà democratiche in molti paesi, in Stati-gendarme sempre più autoritari e fascisti.

Avevano assicurato un “mondo di pace”, ma le potenze imperialiste, USA in testa, hanno rafforzato i

loro arsenali e apparati militari, scatenato una serie di guerre di aggressione ed atti di autentico

terrorismo che hanno mietuto centinaia di migliaia di vittime, così come si sono intensificate le rivalità

fra i paesi imperialisti e i gruppi monopolisti per una nuova spartizione delle materie prime, dei

mercati, delle sfere di influenza, accrescendo così il pericolo di un nuovo conflitto mondiale.

Parlavano ancora di “protezione della natura”, ma vediamo che la ricerca del massimo profitto ha

devastato l’ecosistema, mostrando che il capitalismo, con la sua logica predatoria, è incompatibile con

l’esistenza stessa del genere umano.

E che dire della situazione dei paesi dell’Est europeo “restituiti alla libertà”? Salari da fame,

disoccupazione di massa, cancellazione di ogni forma di tutela sociale, catastrofe economica, aumento

della mortalità, criminalità, prostituzione, subordinazione più servile agli interessi dell’imperialismo

occidentale o, nel caso della Russia, affermazione del più retrivo sciovinismo per affermare i propri

interessi imperialisti. C’è forse da stupirsi se in questi paesi oggi cresce la “nostalgia del socialismo”,

cioè di un sistema sociale superiore a quello capitalista, che aveva raggiunto grandi conquiste

nonostante le continue aggressioni imperialiste, prima che il revisionismo lo minasse dall&#039;interno e poi

lo sgretolasse?

In questi venti anni la classe operaia, gli altri lavoratori, la maggioranza dei popoli, nonostante i colpi

subiti non sono stati fermi, non hanno accettato in silenzio la schiavitù del lavoro salariato e l&#039;oppressione

imperialista. Il riflusso della lotta di classe ha gradualmente lasciato il posto ad una maggiore

resistenza e a nuova ascesa della lotta politica e sociale, sia pure espressa in modo differente da paese

e paese. In particolare nell’ultimo decennio abbiamo osservato un importante processo di ripresa

delle lotte, significativi avanzamenti dei lavoratori e dei popoli, nonostante la crescente aggressività

della borghesia.

La storia non è finita con la caduta del muro di Berlino, al contrario ha subito una evidente accelerazione.

La lotta delle classi sociali, che è il suo motore fino al raggiungimento del comunismo, va

avanti e riprende slancio il movimento comunista ed operaio internazionale. I protagonisti della lotta

per la trasformazione sociale sono ancora in piedi e disposti a dare battaglia! Ciò preoccupa a tal punto

la borghesia che - a venti anni dalla “morte dichiarata del comunismo” - deve continuamente esorcizzare,

denigrare e criminalizzare il suo fantasma, per evitare che il proletariato si riappropri della

sua teoria rivoluzionaria.

Tutto ciò è una dimostrazione che la presunta superiorità e invincibilità del capitalismo è una

menzogna, che le ragioni della rivoluzione e del socialismo continuano a esseri più che mai attuali e

valide.

Oggi siamo in una situazione internazionale assai differente da quella del 1989. La borghesia si

trova dentro una disastrosa crisi economica, risultato delle leggi di funzionamento del capitalismo, e

non ha risposte da fornire alle necessità e alle aspirazioni dei lavoratori e dei popoli. E’ più vulnerabile

di ieri, ed esistono numerosi anelli deboli nella catena del suo dominio.

La crisi attuale di sovrapproduzione relativa, intrecciata con la crisi generale del sistema imperialista-

capitalista, durerà a lungo, svelando agli occhi delle masse il vero volto della borghesia: una classe

che ha da tempo esaurito la sua funzione storica, ma che continua a chiamare chiamano i lavoratori e i

popoli ai “necessari sacrifici” per garantirsi la sopravvivenza e i privilegi.

Vediamo infatti che mentre i governi prelevano dalle casse pubbliche enormi quantità di denaro per

favorire i monopoli capitalisti, le banche, si accresce costantemente la disoccupazione, i salari e le pensioni

vengono ridotti, i servizi sociali smantellati, e perciò i lavoratori cadono nella miseria e nella

fame. L&#039;offensiva dei capitalisti va assumendo man mano forme sempre più acute, la borghesia e suoi

governi lanciano l&#039;attacco a tutte le conquiste politiche ed economiche ottenute a prezzo di dure lotte.

Il fascismo fa passi avanti in diversi paesi, fomentato dai gruppi più reazionari del capitale finanziario.

Nuove guerre di rapina si preparano.

Questa situazione mette in luce l&#039;inconciliabilità degli interessi fra proletari e borghesi e pone la

classe operaia e i lavoratori di fronte al bisogno urgente di realizzare il fronte unico di lotta contro l&#039;offensiva

capitalista, la reazione politica e le aggressioni imperialiste.

L&#039;ostacolo principale che oggi si frappone alla costruzione del fronte unico è la politica di collaborazione

di classe seguita dai partiti socialdemocratici e dai sindacati gialli, veri e propri puntelli sociali

della borghesia. Costoro riproponendo alle masse un “riformismo” messo ormai fuori uso dalle leggi

inesorabili del capitalismo, frenano e dividono il movimento operaio e sindacale, lo deviano verso il

cretinismo parlamentare e aprono le porte alla forze reazionarie.

Per rimuovere questo ostacolo, per lottare efficacemente, occorre che i lavoratori si uniscano per

difendere in modo intransigente i propri interessi economici e politici, avanzando un programma

concreto di azione contro la borghesia: contro i licenziamenti, la diminuzione del salario, i tagli alla

spesa sociale, per riversare sui padroni, sui ricchi, sui parassiti le conseguenze della crisi,

intensificando nelle fabbriche, nelle campagne, nelle strade, la lotta contro l&#039;offensiva capitalista,

organizzando così una larga controffensiva internazionale, affinché non siano i proletari e i popoli ad

essere sacrificati ma gli interessi economici dei capitalisti!

Allo stesso tempo è necessario che ai comunisti e ai rivoluzionari si uniscano tutte le forze realmente

democratiche, progressiste, di sinistra, per dare impulso alla lotta antimperialista e antifascista, per favorire

la tendenza al cambiamento che si sviluppa nel mondo, particolarmente in America Latina e in

Asia, per sviluppare la solidarietà tra i popoli.

I partiti e le organizzazioni della C.I.P.O.M.L., assieme alle forze politiche e sociali che aderiscono al

presente appello, pongono nel modo più risoluto alle masse il problema dell&#039;uscita rivoluzionaria dalla

crisi del capitalismo. Di fronte alle misure adottate dai governi borghesi, di fronte alle illusioni sparse

da coloro che si propongono di “regolare” un ordinamento sociale in decomposizione, noi comunisti affermano

che i mali dell&#039;imperialismo non sono curabili, che la sola via di uscita dalla crisi generale del

capitalismo è il socialismo proletario, la società pianificata dei produttori.

A questo scopo, mentre prendiamo parte e sosteniamo le lotte che sotto i colpi della crisi si vanno

sviluppando con forme sempre più acute, mentre cooperiamo alla loro organizzazione indicando che i

lavoratori devono rifiutarsi di sopportare le conseguenze della crisi, diciamo che la situazione diverrà

ancora più grave se il proletariato e i popoli non riusciranno a raccogliere tutte le loro forze per rispondere

all&#039;attacco e lottare per l&#039;abbattimento della dittatura delle classi sfruttatrici, per un nuovo e

superiore ordinamento sociale.

Venti anni dopo la caduta del muro di Berlino la rivoluzione socialista si presenta ancora una volta

come una questione posta e da risolvere attraverso il rafforzamento e la costruzione di forti partiti comunisti

che alzino la bandiera del marxismo-leninismo, la bandiera dell&#039;Ottobre sovietico, la bandiera

della rivoluzione proletaria mondiale!

Ottobre 2009</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Alla classe operaia, ai lavoratori, ai popoli oppressi di tutto il mondo!</p>
<p>Si avvicina il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino e la borghesia va allestendo</p>
<p>l’ennesimo attacco anticomunista e antioperaio, condito dalle più logore falsificazioni storiche.</p>
<p>Sono ormai venti anni che la classe dominante pretende di sequestrare le necessità e le aspirazioni di</p>
<p>cambiamento della classe operaia e dei popoli con le demagogiche promesse di “un nuovo ordine</p>
<p>mondiale” e le menzogne sulla “fine del socialismo”, per impedire ogni tentativo di resistenza, di</p>
<p>rivolta, di messa in discussione del sistema capitalistico.</p>
<p>Dopo gli avvenimenti del 1989 i propagandisti dell’imperialismo annunciarono che era finita la</p>
<p>storia, che le ideologie non servivano più (tranne quella borghese, ovviamente), che la rivoluzione era</p>
<p>una cosa del passato, e che perciò esisteva un solo orizzonte per l&#8217;umanità: quello fondato sulla</p>
<p>proprietà privata dei mezzi di produzione sociali.</p>
<p>Da allora, assieme alla presentazione degli eventi accaduti nell&#8217;Est europeo come la “sconfitta del</p>
<p>comunismo”, si sono imposte le politiche neoliberiste, il “diritto d’ingerenza”, le “guerre preventive”</p>
<p>per la riconquista del mondo da parte degli imperialisti nordamericani. Da allora la borghesia ha</p>
<p>rafforzato la sua offensiva contro la classe operaia e le masse popolari, per aumentare lo sfruttamento</p>
<p>e il saccheggio imperialista.</p>
<p>Da parte loro, i revisionisti e i social-democratici in occasione di questo anniversario si dividono fra</p>
<p>chi si cosparge il capo di cenere e chi ricostruisce in modo alterato le vicende che portarono alla caduta</p>
<p>del muro. Molti di loro negli ultimi anni si sono spostati ancor più a destra, dimostrando tutta la loro</p>
<p>debolezza ideologica e politica, mentre una parte è passata direttamente nel campo nemico. Altri, continuano</p>
<p>a sostenere che non è più tempo di rivoluzione, che bisogna adattarsi alle regole imposte dalla</p>
<p>borghesia, limitarsi alle riforme, e perciò condannano le forze comuniste e rivoluzionarie che hanno</p>
<p>deciso di opporsi alla slavina, riorganizzandosi e riprendendo il cammino della lotta.</p>
<p>Noi comunisti sappiamo che la caduta del muro di Berlino non ha implicato il crollo del socialismo</p>
<p>proletario, ma è stata la tappa finale di un processo di distruzione della dittatura del proletariato e di</p>
<p>restaurazione capitalista cominciato negli anni 50-60 dello scorso secolo in URSS e nella maggioranza</p>
<p>dei paesi dell&#8217;Est, a causa dell’affermazione del revisionismo. L’affondamento del cosiddetto</p>
<p>“socialismo reale” è stato il crollo di una sovrastruttura che non corrispondeva più ai rapporti di</p>
<p>produzione effettivi, ma che a causa dei suoi tratti esteriori nominalmente “socialisti” ha contribuito a</p>
<p>determinare confusione, sbandamento, riflusso e perdita di posizioni da parte della classe operaia.</p>
<p>La caduta del muro non ha annullato la validità del marxismo-leninismo come teoria rivoluzionaria,</p>
<p>bensì ha completato la parabola dell’ideologia revisionista nell’Est europeo. Essa non ha determinato</p>
<p>la risoluzione delle principali contraddizioni della nostra epoca, bensì il loro aggravamento, come</p>
<p>dimostra la realtà odierna.</p>
<p>Cosa abbiamo visto, infatti, negli ultimi venti anni?</p>
<p>Invece del superamento degli ostacoli economici, sociali e politici che impediscono l’emancipazione</p>
<p>dell’umanità, abbiamo visto alzare muri ancora più alti di fronte agli sfruttati e agli oppressi.</p>
<p>Quello che separa l’oligarchia finanziaria che vive nel lusso e nello spreco dalle grandi masse di</p>
<p>donne e di uomini che creano con il loro lavoro tutte le ricchezze, senza però poterne beneficiare</p>
<p>poiché sono costretti a soffrire il giogo dello sfruttamento intensivo, della disoccupazione, della</p>
<p>precarietà, della povertà, ricevendo solo carità dai governi borghesi.</p>
<p>Quello fra un pugno di potenze imperialiste e i paesi dipendenti sottoposti al brutale saccheggio</p>
<p>delle loro risorse, costretti al sottosviluppo e gettati nella fame.</p>
<p>Quello rappresentato dall&#8217;oscurantismo, dall&#8217;ignoranza, dall&#8217;oppressione religiosa, dal</p>
<p>cosmopolitismo borghese, che servono a mantenere i lavoratori sottomessi e abbrutiti.</p>
<p>Quello eretto contro i migranti fra USA e Messico, in Europa, nel Mediterraneo, quello alzato dal</p>
<p>sionismo in Palestina, quello conservato dall&#8217;imperialismo nella penisola coreana e molti altri.</p>
<p>Che fine hanno fatto dopo due decenni le promesse sparse ai quattro venti dalla classe dominante?</p>
<p>Avevano promesso la “crescita economica”, ma abbiamo visto l’estensione senza precedenti del parassitismo</p>
<p>e della speculazione, crisi economico-finanziarie sempre più frequenti e profonde, fino a</p>
<p>giungere a quella attuale, la più grave e distruttiva crisi degli ultimi ottanta anni, nella quale si esprimono</p>
<p>tutti i problemi accumulatisi anteriormente.</p>
<p>Avevano garantito “libertà e democrazia”, ma queste ipocrite parole si sono presto trasformate nella</p>
<p>dittatura rafforzata di un gruppo di paesi imperialisti e dei monopoli finanziari, in un dominio neocolonialista</p>
<p>ancora più feroce, cui sono sottoposti centinaia di paesi e nazioni dipendenti, in colpi di stato</p>
<p>come quelli avvenuti di recente in Honduras e in Africa, in soppressione dei diritti dei lavoratori e delle</p>
<p>libertà democratiche in molti paesi, in Stati-gendarme sempre più autoritari e fascisti.</p>
<p>Avevano assicurato un “mondo di pace”, ma le potenze imperialiste, USA in testa, hanno rafforzato i</p>
<p>loro arsenali e apparati militari, scatenato una serie di guerre di aggressione ed atti di autentico</p>
<p>terrorismo che hanno mietuto centinaia di migliaia di vittime, così come si sono intensificate le rivalità</p>
<p>fra i paesi imperialisti e i gruppi monopolisti per una nuova spartizione delle materie prime, dei</p>
<p>mercati, delle sfere di influenza, accrescendo così il pericolo di un nuovo conflitto mondiale.</p>
<p>Parlavano ancora di “protezione della natura”, ma vediamo che la ricerca del massimo profitto ha</p>
<p>devastato l’ecosistema, mostrando che il capitalismo, con la sua logica predatoria, è incompatibile con</p>
<p>l’esistenza stessa del genere umano.</p>
<p>E che dire della situazione dei paesi dell’Est europeo “restituiti alla libertà”? Salari da fame,</p>
<p>disoccupazione di massa, cancellazione di ogni forma di tutela sociale, catastrofe economica, aumento</p>
<p>della mortalità, criminalità, prostituzione, subordinazione più servile agli interessi dell’imperialismo</p>
<p>occidentale o, nel caso della Russia, affermazione del più retrivo sciovinismo per affermare i propri</p>
<p>interessi imperialisti. C’è forse da stupirsi se in questi paesi oggi cresce la “nostalgia del socialismo”,</p>
<p>cioè di un sistema sociale superiore a quello capitalista, che aveva raggiunto grandi conquiste</p>
<p>nonostante le continue aggressioni imperialiste, prima che il revisionismo lo minasse dall&#8217;interno e poi</p>
<p>lo sgretolasse?</p>
<p>In questi venti anni la classe operaia, gli altri lavoratori, la maggioranza dei popoli, nonostante i colpi</p>
<p>subiti non sono stati fermi, non hanno accettato in silenzio la schiavitù del lavoro salariato e l&#8217;oppressione</p>
<p>imperialista. Il riflusso della lotta di classe ha gradualmente lasciato il posto ad una maggiore</p>
<p>resistenza e a nuova ascesa della lotta politica e sociale, sia pure espressa in modo differente da paese</p>
<p>e paese. In particolare nell’ultimo decennio abbiamo osservato un importante processo di ripresa</p>
<p>delle lotte, significativi avanzamenti dei lavoratori e dei popoli, nonostante la crescente aggressività</p>
<p>della borghesia.</p>
<p>La storia non è finita con la caduta del muro di Berlino, al contrario ha subito una evidente accelerazione.</p>
<p>La lotta delle classi sociali, che è il suo motore fino al raggiungimento del comunismo, va</p>
<p>avanti e riprende slancio il movimento comunista ed operaio internazionale. I protagonisti della lotta</p>
<p>per la trasformazione sociale sono ancora in piedi e disposti a dare battaglia! Ciò preoccupa a tal punto</p>
<p>la borghesia che &#8211; a venti anni dalla “morte dichiarata del comunismo” &#8211; deve continuamente esorcizzare,</p>
<p>denigrare e criminalizzare il suo fantasma, per evitare che il proletariato si riappropri della</p>
<p>sua teoria rivoluzionaria.</p>
<p>Tutto ciò è una dimostrazione che la presunta superiorità e invincibilità del capitalismo è una</p>
<p>menzogna, che le ragioni della rivoluzione e del socialismo continuano a esseri più che mai attuali e</p>
<p>valide.</p>
<p>Oggi siamo in una situazione internazionale assai differente da quella del 1989. La borghesia si</p>
<p>trova dentro una disastrosa crisi economica, risultato delle leggi di funzionamento del capitalismo, e</p>
<p>non ha risposte da fornire alle necessità e alle aspirazioni dei lavoratori e dei popoli. E’ più vulnerabile</p>
<p>di ieri, ed esistono numerosi anelli deboli nella catena del suo dominio.</p>
<p>La crisi attuale di sovrapproduzione relativa, intrecciata con la crisi generale del sistema imperialista-</p>
<p>capitalista, durerà a lungo, svelando agli occhi delle masse il vero volto della borghesia: una classe</p>
<p>che ha da tempo esaurito la sua funzione storica, ma che continua a chiamare chiamano i lavoratori e i</p>
<p>popoli ai “necessari sacrifici” per garantirsi la sopravvivenza e i privilegi.</p>
<p>Vediamo infatti che mentre i governi prelevano dalle casse pubbliche enormi quantità di denaro per</p>
<p>favorire i monopoli capitalisti, le banche, si accresce costantemente la disoccupazione, i salari e le pensioni</p>
<p>vengono ridotti, i servizi sociali smantellati, e perciò i lavoratori cadono nella miseria e nella</p>
<p>fame. L&#8217;offensiva dei capitalisti va assumendo man mano forme sempre più acute, la borghesia e suoi</p>
<p>governi lanciano l&#8217;attacco a tutte le conquiste politiche ed economiche ottenute a prezzo di dure lotte.</p>
<p>Il fascismo fa passi avanti in diversi paesi, fomentato dai gruppi più reazionari del capitale finanziario.</p>
<p>Nuove guerre di rapina si preparano.</p>
<p>Questa situazione mette in luce l&#8217;inconciliabilità degli interessi fra proletari e borghesi e pone la</p>
<p>classe operaia e i lavoratori di fronte al bisogno urgente di realizzare il fronte unico di lotta contro l&#8217;offensiva</p>
<p>capitalista, la reazione politica e le aggressioni imperialiste.</p>
<p>L&#8217;ostacolo principale che oggi si frappone alla costruzione del fronte unico è la politica di collaborazione</p>
<p>di classe seguita dai partiti socialdemocratici e dai sindacati gialli, veri e propri puntelli sociali</p>
<p>della borghesia. Costoro riproponendo alle masse un “riformismo” messo ormai fuori uso dalle leggi</p>
<p>inesorabili del capitalismo, frenano e dividono il movimento operaio e sindacale, lo deviano verso il</p>
<p>cretinismo parlamentare e aprono le porte alla forze reazionarie.</p>
<p>Per rimuovere questo ostacolo, per lottare efficacemente, occorre che i lavoratori si uniscano per</p>
<p>difendere in modo intransigente i propri interessi economici e politici, avanzando un programma</p>
<p>concreto di azione contro la borghesia: contro i licenziamenti, la diminuzione del salario, i tagli alla</p>
<p>spesa sociale, per riversare sui padroni, sui ricchi, sui parassiti le conseguenze della crisi,</p>
<p>intensificando nelle fabbriche, nelle campagne, nelle strade, la lotta contro l&#8217;offensiva capitalista,</p>
<p>organizzando così una larga controffensiva internazionale, affinché non siano i proletari e i popoli ad</p>
<p>essere sacrificati ma gli interessi economici dei capitalisti!</p>
<p>Allo stesso tempo è necessario che ai comunisti e ai rivoluzionari si uniscano tutte le forze realmente</p>
<p>democratiche, progressiste, di sinistra, per dare impulso alla lotta antimperialista e antifascista, per favorire</p>
<p>la tendenza al cambiamento che si sviluppa nel mondo, particolarmente in America Latina e in</p>
<p>Asia, per sviluppare la solidarietà tra i popoli.</p>
<p>I partiti e le organizzazioni della C.I.P.O.M.L., assieme alle forze politiche e sociali che aderiscono al</p>
<p>presente appello, pongono nel modo più risoluto alle masse il problema dell&#8217;uscita rivoluzionaria dalla</p>
<p>crisi del capitalismo. Di fronte alle misure adottate dai governi borghesi, di fronte alle illusioni sparse</p>
<p>da coloro che si propongono di “regolare” un ordinamento sociale in decomposizione, noi comunisti affermano</p>
<p>che i mali dell&#8217;imperialismo non sono curabili, che la sola via di uscita dalla crisi generale del</p>
<p>capitalismo è il socialismo proletario, la società pianificata dei produttori.</p>
<p>A questo scopo, mentre prendiamo parte e sosteniamo le lotte che sotto i colpi della crisi si vanno</p>
<p>sviluppando con forme sempre più acute, mentre cooperiamo alla loro organizzazione indicando che i</p>
<p>lavoratori devono rifiutarsi di sopportare le conseguenze della crisi, diciamo che la situazione diverrà</p>
<p>ancora più grave se il proletariato e i popoli non riusciranno a raccogliere tutte le loro forze per rispondere</p>
<p>all&#8217;attacco e lottare per l&#8217;abbattimento della dittatura delle classi sfruttatrici, per un nuovo e</p>
<p>superiore ordinamento sociale.</p>
<p>Venti anni dopo la caduta del muro di Berlino la rivoluzione socialista si presenta ancora una volta</p>
<p>come una questione posta e da risolvere attraverso il rafforzamento e la costruzione di forti partiti comunisti</p>
<p>che alzino la bandiera del marxismo-leninismo, la bandiera dell&#8217;Ottobre sovietico, la bandiera</p>
<p>della rivoluzione proletaria mondiale!</p>
<p>Ottobre 2009</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Partito Comunista dei Lavoratori</title>
		<link>http://www.eildentroeilfuorieilbox84.org/2009/11/09/ich-bin-ein-berliner-1989-2009/comment-page-1/#comment-3150</link>
		<dc:creator>Partito Comunista dei Lavoratori</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2009 01:22:49 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.eildentroeilfuorieilbox84.org/?p=899#comment-3150</guid>
		<description>Di fronte allo sviluppo della più grave crisi capitalistica dal 1929-32
Il comunismo, a 20 anni dalla “caduta del muro di Berlino”, resta la prospettiva di liberazione dei lavoratori e l&#039;avvenire dell&#039;umanità.

20 anni fa la crisi del regime della Germania dell&#039;Est e di quello della stessa Unione Sovietica faceva sì che le masse di Berlino Est abbattessero il muro che separava le due parti della capitale tedesca, visto come simbolo di oppressione politica e nazionale. Di lì a due anni l’Unione Sovietica sarebbe a sua volta crollata.
In realtà quello che crollava 20 anni fa non era un vero e compiuto comunismo o socialismo. Era il prodotto di un degenerazione del tentativo di costruire una nuova società liberata da sfruttamento e oppressione, una degenerazione che ha il nome di stalinismo. Per cui nei paesi dell&#039;Est esistevano dei regimi che combinavano importanti e reali conquiste sociali- grazie all&#039;abolizione della proprietà privata del sistema produttivo e finanziario - con un oppressione politica e sociale funzionale al dominio di una casta burocratica. La stessa che è poi stata, nella maggioranza di questi paesi, lo strumento della restaurazione del capitalismo e la componente principale della nuova borghesia sfruttatrice.
Questo sviluppo non è giunto inaspettato per i veri comunisti: già nel lontano 1938, Leone Trotsky, il principale dirigente, insieme a Lenin, della rivoluzione russa del 1917 e il più grande avversario dello stalinismo scriveva “ Il pronostico politico[ per l’URSS] ha un carattere alternativo: o la burocrazia, diventando sempre di più l’organo della borghesia mondiale nello Stato Operaio, distrugge le nuove forme di proprietà e respinge il paese nel capitalismo, oppure la classe operaia schiaccia la burocrazia e si apre la via verso il socialismo.”
E&#039; il corno negativo di questa previsione che si è realizzato.
I cantori del capitalismo proclamarono allora “la fine della storia”, cioè la fine di ogni grande conflitto politico e sociale, la nascita di un “nuovo ordine mondiale” di progresso nel quadro dell&#039;economia di mercato sempre più globalizzata. Abbiamo visto: guerre e crisi sono state la realtà di un nuovo “disordine globale”.
Mentre il cosiddetto fallimento del comunismo veniva utilizzato per colpire in tutti i paesi, in nome del “libero mercato” le conquiste decennali del movimento dei lavoratori, su terreni quali il salario, la flessibilità contrattuale, le pensioni, lo “stato sociale”.
Ed oggi noi stiamo vivendo la più grande crisi capitalistica dal 1929-32. E sono ancora una volta i lavoratori a pagarne il prezzo.
E&#039; inoltre evidente che la ripresa che viene annunciata non chiuderà né le conseguenze negativa della crisi, nè il ciclo delle crisi che si riproporranno sempre più pesanti.
Quello che in realtà sta dimostrando il suo fallimento è il sistema capitalistico; l&#039;insensatezza di una società basata non sulla soddisfazione dei bisogni umani ma sulla ricerca e difesa del massimo profitto per una piccola minoranza di capitalisti, banchieri e loro rappresentanti politici che condanna la grande maggioranza dell&#039;umanità allo sfruttamento e alla povertà, quando non – nei paesi più arretrati - alla morte per fame o malattie curabili.
Non c’è “riforma” possibile per il capitalismo. Bisogna abbatterlo per costruire un mondo nuovo e possibile: quello del socialismo (proprietà sociale delle industrie, servizi e trasporti) che porti gradualmente al comunismo ( cioè una società in cui viga il principio “da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni”).
Questa battaglia storica ha fondamentale importanza per le nostre condizioni di vita e di lavoro. Le conquiste che-anche con l’aiuto della demagogia, sposata da destre e centrosinistra, sul “fallimento del comunismo”- sono state colpite in questi decenni, non erano solo il prodotto di una mobilitazione sul terreno sindacale ed economico, ma anche il sottoprodotto della lotta di classe politica rivoluzionaria su scala mondiale, della paura dei padroni di una rivoluzione operaia che mettesse in causa il loro dominio.
Per vincere anche sul terreno dei nostri interessi immediati e per non restare sempre più vittime della crisi del sistema capitalistico è necessario che i lavoratori riprendere coscienza della necessità della battaglia per una società socialista.
E’ a questo e solo a questo che si dedica, insieme ai suoi partiti fratelli in tutto il mondo, il Partito Comunista dei Lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Di fronte allo sviluppo della più grave crisi capitalistica dal 1929-32<br />
Il comunismo, a 20 anni dalla “caduta del muro di Berlino”, resta la prospettiva di liberazione dei lavoratori e l&#8217;avvenire dell&#8217;umanità.</p>
<p>20 anni fa la crisi del regime della Germania dell&#8217;Est e di quello della stessa Unione Sovietica faceva sì che le masse di Berlino Est abbattessero il muro che separava le due parti della capitale tedesca, visto come simbolo di oppressione politica e nazionale. Di lì a due anni l’Unione Sovietica sarebbe a sua volta crollata.<br />
In realtà quello che crollava 20 anni fa non era un vero e compiuto comunismo o socialismo. Era il prodotto di un degenerazione del tentativo di costruire una nuova società liberata da sfruttamento e oppressione, una degenerazione che ha il nome di stalinismo. Per cui nei paesi dell&#8217;Est esistevano dei regimi che combinavano importanti e reali conquiste sociali- grazie all&#8217;abolizione della proprietà privata del sistema produttivo e finanziario &#8211; con un oppressione politica e sociale funzionale al dominio di una casta burocratica. La stessa che è poi stata, nella maggioranza di questi paesi, lo strumento della restaurazione del capitalismo e la componente principale della nuova borghesia sfruttatrice.<br />
Questo sviluppo non è giunto inaspettato per i veri comunisti: già nel lontano 1938, Leone Trotsky, il principale dirigente, insieme a Lenin, della rivoluzione russa del 1917 e il più grande avversario dello stalinismo scriveva “ Il pronostico politico[ per l’URSS] ha un carattere alternativo: o la burocrazia, diventando sempre di più l’organo della borghesia mondiale nello Stato Operaio, distrugge le nuove forme di proprietà e respinge il paese nel capitalismo, oppure la classe operaia schiaccia la burocrazia e si apre la via verso il socialismo.”<br />
E&#8217; il corno negativo di questa previsione che si è realizzato.<br />
I cantori del capitalismo proclamarono allora “la fine della storia”, cioè la fine di ogni grande conflitto politico e sociale, la nascita di un “nuovo ordine mondiale” di progresso nel quadro dell&#8217;economia di mercato sempre più globalizzata. Abbiamo visto: guerre e crisi sono state la realtà di un nuovo “disordine globale”.<br />
Mentre il cosiddetto fallimento del comunismo veniva utilizzato per colpire in tutti i paesi, in nome del “libero mercato” le conquiste decennali del movimento dei lavoratori, su terreni quali il salario, la flessibilità contrattuale, le pensioni, lo “stato sociale”.<br />
Ed oggi noi stiamo vivendo la più grande crisi capitalistica dal 1929-32. E sono ancora una volta i lavoratori a pagarne il prezzo.<br />
E&#8217; inoltre evidente che la ripresa che viene annunciata non chiuderà né le conseguenze negativa della crisi, nè il ciclo delle crisi che si riproporranno sempre più pesanti.<br />
Quello che in realtà sta dimostrando il suo fallimento è il sistema capitalistico; l&#8217;insensatezza di una società basata non sulla soddisfazione dei bisogni umani ma sulla ricerca e difesa del massimo profitto per una piccola minoranza di capitalisti, banchieri e loro rappresentanti politici che condanna la grande maggioranza dell&#8217;umanità allo sfruttamento e alla povertà, quando non – nei paesi più arretrati &#8211; alla morte per fame o malattie curabili.<br />
Non c’è “riforma” possibile per il capitalismo. Bisogna abbatterlo per costruire un mondo nuovo e possibile: quello del socialismo (proprietà sociale delle industrie, servizi e trasporti) che porti gradualmente al comunismo ( cioè una società in cui viga il principio “da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni”).<br />
Questa battaglia storica ha fondamentale importanza per le nostre condizioni di vita e di lavoro. Le conquiste che-anche con l’aiuto della demagogia, sposata da destre e centrosinistra, sul “fallimento del comunismo”- sono state colpite in questi decenni, non erano solo il prodotto di una mobilitazione sul terreno sindacale ed economico, ma anche il sottoprodotto della lotta di classe politica rivoluzionaria su scala mondiale, della paura dei padroni di una rivoluzione operaia che mettesse in causa il loro dominio.<br />
Per vincere anche sul terreno dei nostri interessi immediati e per non restare sempre più vittime della crisi del sistema capitalistico è necessario che i lavoratori riprendere coscienza della necessità della battaglia per una società socialista.<br />
E’ a questo e solo a questo che si dedica, insieme ai suoi partiti fratelli in tutto il mondo, il Partito Comunista dei Lavoratori.</p>
<p>Partito Comunista dei Lavoratori</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: Barikád Kollektíva</title>
		<link>http://www.eildentroeilfuorieilbox84.org/2009/11/09/ich-bin-ein-berliner-1989-2009/comment-page-1/#comment-3086</link>
		<dc:creator>Barikád Kollektíva</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 16:48:04 +0000</pubDate>
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		<description>Al di là dei Carpazi comincia l&#039;incubo

relazione sulla situazione economica in Ungheria

 

La situazione della classe lavoratrice ungherese è piuttosto brutta. Brutta, perché una larga parte dei lavoratori salariati ungheresi, una larga parte della classe lavoratrice sfruttata è preda delle illusioni democratiche; brutta, perché vittima delle divisioni tra nazionalismo e conflitti d&#039;interesse manipolati. Ognuno difende la sovranità sul suo territorio separatamente, difende la propria vita alienata e depauperata, difende la propria esistenza quotidiana col suo carico di illusioni - in realtà, tutto ciò porta alla accettazione dell&#039;ideologia delle forze politiche borghesi.

Il sistema di Kadar ha svolto un ruolo decisivo nel processo che ha portato a questa situazione che noi consideriamo in maniera così pessimistica. E&#039; paradossale ma vero che sempre più gente sceglie ancora una volta il capitalismo di Kadar, in cui la classe lavoratrice applica a se stessa &quot;l&#039;ordine di autocensura&quot;. Nonostante il suo grigio ed asfissiante totalitarismo, in cui il proletariato ha perso la sua &quot;autonomia&quot; e che il partito bolscevico accusava di infantilismo, l&#039;epoca di Kadar ha avuto la sua logica specificità:&quot;tenete la bocca chiusa e vi daremo pane e burro, birra e medicine, una tessera del partito ed una relativa sicurezza, buone opportunità per l&#039;istruzione&quot;. Ma nel pacchetto c&#039;erano anche zone proibite che sono diventate dei tabù e se qualcuno le attraversava poteva prendersi facilmente della bastonate o finire in un ospedale psichiatrico.Hanno diffuso povertà fisica ed intellettuale ed una visione &quot;proletariomicida&quot; del futuro, che sembrava essere perfetta per far addormentare i lavoratori.

Il capitalismo kadariano ha cercato di soddisfare ogni umano desiderio, ed ancora: ci ha dato ogni cosa che poteva darci: povertà, opportunità di integrazione e la sferza. Bene, eccole qui le &quot;felici caserme&quot;.

Dopo l&#039;insurrezione operaia a Berlino Est, ci furono proteste dei lavoratori anche in Ungheria (questo prima di Kadar). A Csepel (un quartiere suburbano di Budapest sud) ci fu uno sciopero di 200-300 metalmeccanici contro le pessime condizioni di vita. Ci furono anche &quot;disturbi&quot; a Ozd, Diosgyor ed altri parecchi luoghi nella Grande Pianura. Nell&#039;estate del 1954 ci furono di nuovo sporadici scioperi. Dopo il 1956, il vero movimento della classe operaia venne sconfitto, trasformato in un oggetto da museo ed espulso dalla storia dello stato nelle &quot;pagine bianche&quot; dei libri censurati. La resistenza operaia durò ancora fino a tutto il 1956, ma successivamente venne sconfitta ed isolata. Ma, naturalmente, essa non cessò di esistere, sebbene dopo il 1956 la classe operaia ormai muta e sconfitta in Ungheria non solo tornò alle &quot;fabbriche della morte&quot; ed alle officine, ma si sottomise a &quot;volontà superiori&quot;: quella del partito che poteva tranquillamente starsene al potere finché una più moderna ed attiva forma di capitalismo non si fosse affacciata da quelle parti. I conflitti degli anni &#039;50 si spensero alla fine della primavera del 1957. Erano iniziate le repressioni e le esecuzioni: un rivoluzionario del gruppo di Via Tuzolto (uno dei più importanti gruppi militanti nel 1956), Istvan Angyal, venne messo a morte dai bolscevichi nel 1958.

Possiamo trarre degli esempi dalla storia dei movimenti di protesta del proletariato, i quali mostrano che non era possibile mettere a tacere del tutto le voci del dissenso. Ci fu un&#039;amnistia nel 1960, e questo &quot;perdono limitato&quot; venne concesso anche a coloro che erano stati imprigionati per i fatti del &#039;56, ma non a tutti. Nel carcere di Vac, i prigionieri politici iniziarono uno sciopero della fame a cui misero fine vista la sua inutilità. Nel 1966, il Comitato di Solidarietà col VietNam (che era sotto l&#039;egida del KISZ, l&#039;organizzazione ufficiale della gioventù bolscevica) fece una manifestazione non autorizzata il giorno del 1° Maggio. Alla fine dello stesso anno, l&#039;organizzazione venne sciolta. Nel 1967, giovani attivisti della &quot;nuova sinistra&quot; organizzarono ancora manifestazioni davanti le ambasciate dei paesi occidentali. Dei maoisti vennero arrestati nel 1968 con l&#039;accusa di voler costituire un partito illegale, Nel 1970 -durante una commemorazione del centenario di Lenin- gli studenti che avevano organizzato il programma diedero voce a &quot;citazioni improprie&quot; tratte dai testi di Lenin. Il 21 marzo 1971 (anniversario della proclamazione della repubblica sovietica ungherese del 1919), gli &quot;studenti della nuova sinistra universitaria&quot; volevano organizzare una manifestazione con coccarde rosse ed a causa di ciò dovettero abbandonare gli studi. (Un eccellente film rivoluzionario sul 1919, intitolato &quot;Agitatori&quot;, venne chiuso in un cassetto dalle autorità per 30 anni). Nel 1971, il 6 ottobre, parecchi studenti si riunirono nel Garden Museo (il luogo di Budapest dove iniziò la rivoluzione del 1848) e discussero di &quot;coloro che vivono in miseria nei bassi della città&quot;.

Fermiamoci qui un attimo! E&#039; importante ricordare che durante il regime di Kadar, il 15 marzo ed il 23 ottobre ci sono state sempre state manifestazioni di protesta più o meno piccole e più o meno grandi &quot;nel nome della libertà e dell&#039;indipendenza&quot;, al cui interno vi era un desiderio nascosto di rompere la sfiducia e l&#039;impoverimento che affliggevano la classe lavoratrice. Queste manifestazioni sono continuate anche dopo il cambio di potere, prendendo i simboli e gli slogan del nazionalismo.

Nel 1973, gli esponenti della nuova sinistra ispirata a Lukacs -il quale aveva strette relazioni con il Circolo Praxis in Yugoslavia- venne buttata fuori dai posti di lavoro e dal partito con l&#039;accusa di attività critica. Il partito ha combattuto costantemente contro gli intellettuali di sinistra; basti citare il polverone sui lavori di Miklos Haraszti o di Konrad e Szeleny sulle nuove classi dominanti. Nell&#039;estate del 1979 ci fu un&#039;impennata dei prezzi dei beni alimentari. I lavoratori delle ferriere e delle acciaierie di Csepel misero una fetta di pane burro e sugo (tipico cibo proletario di quei tempi) nella mano della statua di Lenin di fronte alla fabbrica. Dopo lo sciopero del 1980 a Danzica, circolò a Budapest una voce che diceva che &quot;c&#039;era stato qualcosa del genere anche a Csepel&quot;. Altre voci girarono su uno sciopero che era durato 3 giorni finchè lo stesso &quot;Kadar andò lì a ristabilire l&#039;ordine&quot;. Dopo un mese, venne ritirato il piano per l&#039;aumento programmato dei prezzi (di nuovo i beni alimentari) ed il provvedimento venne commentato così: &quot;avevano paura che potesse succedere qualcosa&quot; Nell&#039;ottobre 1980 ci fu uno sciopero per il salario nella fabbrica cinese di Hodmezovasarshely, dove i capi distribuirono subito 1000 fiorini tra gli operai, Il 3 ottobre del 1980 esplose un fusto di olio infiammabile in uno stabile di Kispest, dove i lavoratori avevano già fortemente dimostrato le loro lamentele riguardo la loro triste condizione. Su 190 lavoratori, solo 34 scioperarono. Su quel periodo girano ancora delle barzellette: &quot;Cosa pesa 40 kg e mangia erba?&quot; &quot;Noi, l&#039;anno prossimo&quot;. E ancora: &quot;Due scheletri si incontrano nel 1980. Uno dice all&#039;altro: Sei morto prima o dopo l&#039;aumento dei prezzi? -Io? Sono ancora vivo!&quot;. Ed infine: &quot;Hanno alzato il prezzo del pane, della carne e del latte. Cosa si alzerà ancora? -Le barricate!&quot;

Nel 1981, 52 operaie di una fabbrica di lavorazione del pollame di Szabolcs si rifiutarono di fare dello straordinario che non fosse stato programmato. Nella primavera di quell&#039;anno si tennero dei meeting in parecchie università ungheresi e si arrivò a parlare di costruire organismi studenteschi indipendenti - memori delle esperienze del 1956 e del 1968. Nel settembre 1982, quando entrarono in vigore le nuove tariffe dei trasporti pubblici, i lavoratori della Taurus Tyre di Szeged si astennero dal lavoro. Intervennero ancora una volta i pezzi grossi a promettere aumenti salariali.

Fin dagli anni &#039;60, la lotta di classe, la lotta contro l&#039;alienazione è stata presente senza ambiguità nel cinema e nella letteratura, sempre di più coraggiosamente negli scritti politici e di sociologia. Sono tanti i film, le poesie ed i saggi che si possono citare, ma citeremo solo un brano degli anni &#039;70 da Zoltan Zsille:&quot;Lo Stato operaio monopolizza il diritto per se stesso, per imporre i costi del mantenimento dello sviluppo della società sulle spalle della classe lavoratrice&quot;.

In un numero del 1982 del giornale clandestino Beszelo, un proletario si chiede se fosse possibile che in Ungheria accadesse quello che stava succedendo in Polonia. E si rispondeva:&quot;Se la situazione economica peggiora, allora sì, può succedere&quot;. Ed infatti la situazione peggiorò (ma invece dell&#039;insurrezione, venne il cambio di potere e l&#039;era della modernizzazione del capitale), e questo processo venne accompagnato dalla legge sulla &quot;riservatezza sul lavoro&quot;: se qualcuno veniva sorpreso in atto di &quot;ozio&quot;, poteva finire dietro le sbarre. Le ceneri del &quot;compagno Trotsky&quot; se la spassavano mentre vedevano i tardi bolscevichi realizzare quella &quot;militarizzazione del lavoro&quot; su cui egli aveva scritto così poeticamente.

La vera letteratura sulla lotta di classe veniva perseguita dalle autorità. Non era possibile leggere analisi fino al 1956: non se ne trovava traccia nè nelle librerie e neppure nelle biblioteche. Ma emergeva un&#039;opposizione di sinistra sotterranea, che -sebbene fosse democratica- scriveva della storia delle lotte proletarie nei paesi dell&#039;Europa dell&#039;Est. In questo modo, alcune persone potevano leggere scritti non censurati su queste lotte. Alcuni esempi degli scritti pubblicati all&#039;interno di quella realtà: un libro di Bill Lomax sul 1956, il &quot;Diario su Kronstadt&quot; di Alexander Berkman, documenti sulle rivolte operaie in Polonia ed una pubblicazione su un&#039;azione proletaria a Berlino nel 1953. Nel 1988 ci fu una manifestazione di 10.000 persone il 15 marzo in cui si parlò di Solidarnosc in Polonia e della &quot;amicizia tra i popoli intorno al Danubio&quot;.

Poi iniziò l&#039;epoca del cambio di potere. L&#039;economia dell&#039;URSS era in bancarotta, non era più competitiva ed era in decomposizione. La circolazione del capitale regolata dallo Stato non reggeva la lotta per la concorrenza, così ci fu l&#039;avvento di un capitalismo classico ma modernizzato. Le aziende vennero messe in vendita, operai compresi. E il &quot;capitalismo di Stato, casa bolscevica di sicurezza e protezione&quot; cedette il passo a compulsioni economiche ancor più violente.

Gli squali del capitale hanno licenziato i lavoratori salariati più anziani e socialistizzati nel &quot;periodo di pace&quot;, modernizzato il capitalismo, cambiato la struttura della produzione rendendola più veloce, mentre il movimento operaio istituzionalizzato, perso il suo ruolo, si lamentava dei suoi tiranni. In una serie enorme di documentari, la cosiddetta serie Ozd (il cui picco corrisponde all&#039;epoca del cambio di potere), si poteva sentire la moglie di Istvan Andra chiedersi:&quot;Come è potuto succedere? Ma perché è successo? Non c&#039;è più il lavoro, non ci sono idee, più niente...Abbiamo solo 40 anni, ma siamo lo specchio della miseria. Ci hanno rubato la vita&quot;.Invece dei pulcinella decorati con la stella rossa, invece delle mummie del partito di stato, sulla scena della nostra vita ci sono ora le compagnie capitalistiche. Al posto del gelido cabaret delle &quot;democrazie popolari e del COMECON&quot; ecco la performance del più classico (ma più razionale per le classi dominanti) modello di produzione capitalistica. Tra il 1989 ed il 1992 è crollato l&#039;impero del Patto di Varsavia. Ma non si tratta affatto di un processo di restaurazione capitalistica, come sostengono i marxisti-leninisti, bensì della capacità e della razionalità del capitale nell&#039;aprirsi la strada. L&#039;economia nelle mani dei partiti bolscevichi non poteva reggere la competizione con i più avanzati competitori dell&#039;Occidente. Basti ricordare il violento mantenimento di compagnie e segmenti in perdita o di quei servizi che -per ragioni ideologiche- rimanevano gratuiti o a buon mercato. La storia della corsa del debito è lunga e sarebbe interessante scriverla.

Le risposte della classe operaia allo sbando per modernizzare il capitalismo sono state soprattutto di carattere riformista. Sono state riprese le ormai deformate &quot;tradizioni dei consigli operai&quot;. Che ora non sono per niente rivoluzionari, né in opposizione al capitalismo. Accettando la struttura dell&#039;ordine capitalistico, ad ogni occasione fanno accordi con la borghesia. Non possiamo parlare di auto-organizzazione reale, perché queste misere esibizioni sono emerse con la supervisione delle autorità. L&#039;ulteriore commercializzazione dell&#039;autogestione operaia fatta dal nazionalismo e dalla &quot;autocoscienza addomesticata&quot;, ha indebolito ancor di più la classe lavoratrice, già in uno stato patologico. Ma si sentiva che c&#039;era qualcosa di sbagliato. La caduta delle condizioni di vita: il graduale decremento del salario medio, la gigantesca crescita dei prezzi - questi processi dovevano allertare il proletariato e tirarlo fuori dal suo stato di vitalità sospesa.

La tattica divisoria del capitalismo in genere funziona, l&#039;individualismo può aver successo per un certo tempo, ma la crescente povertà viene avvertita persino da una classe operaia atomizzata e divisa, e sebbene un gran numero di grosse fabbriche e fonderie sono state chiuse, sebbene la disoccupazione aumenti sempre di più, il ghetto della miseria obbliga il proletariato in un comune spazio di vita: come sardine in scatola si vive in miseri bassi, nelle strade, nei vicoli, nelle piazze. Così è!

Nel novembre 1990, come protesta contro gli aumenti del prezzo del petrolio, esplose il blocco dei tassisti, che andò ben oltre le loro intenzioni, e migliaia di proletari si unirono all&#039;onda di proteste. E stavano sulla strada non perché insoddisfatti del prezzo della benzina, bensì scontenti della loro vita quotidiana, della loro misera vita di proletari sfruttati senza speranza, della loro vita di ogni giorno alienata e distrutta. L&#039;euforia del cambio di potere e la mistica promessa di una &quot;vita nuova e migliore&quot; si infrangevano contro la realtà necrofila del capitalismo.

I proletari che volevano protestare e manifestare si sono uniti al blocco che si estese a tutto il paese: niente fanali rossi, niente auto, niente miseria di massa e controllori sui trasporti pubblici, nessun ritardo al lavoro - invece solo la solidarietà della gente sulle strade: lavoratori e lavoratrici decisi a manifestare e a discutere, piccoli e grandi, con gli occhiali e con la barba, l&#039;esercito di coloro che cucinano, gli sguardi ancora coscienti dei condomini, dai suburbi e dal cuore della città, felici e vogliosi di vivere- proprio come un dipinto stile 1956...Le strade ci appartenevano ma non interamente...La protesta non era divenuta generale e non divenne una rivolta rivoluzionaria. Ricordiamo che il ministro degli interni non sapeva cosa fare, e tremava alla finestra del parlamento, considerando l&#039;ipotesi di usare la forza contro i manifestanti. Iniziarono delle trattative per &quot;la coordinazione degli interessi&quot;, e con questo anche il ritiro della classe lavoratrice, la quale -per mancanza di organizzazione e di ulteriore sviluppo di coscienza- se ne tornò a casa e ai banchi di lavoro...Paralizzando le strade, il movimento di protesta aveva intonato la nota-chiave ma non era andato oltre, e l&#039;ondata di protesta soffocata iniziò a rifluire.

Governi di sinistra e di destra vanno e vengono, il crescente nazionalismo ha riportato il fascismo e la borghesia si riprende sul corpo del proletariato. No, non siamo nel 1933, o nel 1921 in Russia quando pensavano che saremmo stati battuti ed avremmo capitolato. Nella prima parte di questo report abbiamo fatto menzione degli attributi del regime di Kadar che sono tutti in piedi. Le manifestazioni e gli scioperi ci sono ancora, ma essi sono accompagnati dalla &quot;solidarietà&quot; capitalista (integrazione) della sinistra e della destra in parlamento. Le reali manifestazioni del proletariato sono deboli e si sviluppano in accordo con gli interessi dei capitalisti. Il &quot;movimento civile&quot; sta crescendo sempre più forte, ma pure le lobbies della forze della sinistra o della destra.

Ogni giorno è possibile vedere i lavoratori salariati negli ospedali che vogliono scioperare, gli autisti dei trasporti di Budapest (BKV) che hanno già avuto il loro aumento salariale dopo aver solo minacciato uno sciopero. La frazioni della borghesia si accusano l&#039;un l&#039;altra e sparano stronzate sulla corruzione, sugli affari d&#039;oro, la collusione tra le sfere del potere e la mafia...Le manifestazioni dei lavoratori sono organizzate sotto l&#039;egida dei sindacati, usando parole d&#039;ordine sul nazionalismo e la democrazia, sulla sicurezza, per un&#039;immagine logora del futuro - e la pigra borghesia se la ride.

Ma citiamo alcuni esempi di manifestazioni sindacali di oggi. Il 1 luglio 1994 la fabbrica Cyclon-Berstal a Berettyòùjfalus viene occupata dai lavoratori, ma l&#039;esperimento di autogestione fallisce perchè si decise per la democrazia del capitale. Ci sono state anche manifestazioni nelle miniere del Vasas vicino Pecs e a Biharkeresztes i lavoratori delle acciaierie Steel Production LtD. volevano occupare la fabbrica per fermarne la privatizzazione, ma invano. Ancora nell&#039;agosto del 1994 i proletari sotto i minimi livelli di vita a Miskolc fecero una manifestazione pacifica. Nel maggio 1994, i lavoratori della fabbrica Berva a Eger manifestarono a Budapest. Nel 1995 ci sono stati scioperi nelle compagnie elettriche a Tiszalok e Paks. Nello stesso anno, altri 60.000 lavoratori della sanità pubblica hanno manifestato fuori del parlamento; il 15 novembre 70.000 persone hanno manifestato contro la legge sull&#039;istruzione ed il 15 dicembre venne seguita da una manifestazione degli educatori in termini di tolleranza.

Nell&#039;autunno del 1996, i lavoratori dei ricambi di auto della &quot;Hammerstein&quot; volevano costituirsi in sindacato, ma il padrone non lo permise e licenziò i promotori dell&#039;iniziativa. Anche nel 1996 delle organizzazioni giovanili organizzarono una manifestazione contro le tasse scolastiche, ma presto la cruda verità portò alla fine delle trattative. Nel 1997, i lavoratori di un&#039;industria di carni a Szeksàrd fecero una manifestazione. Nello stesso anno a Tolnanemedi, si fece un blocco contro la diminuzione di posti letto nell&#039;ospedale locale, ma l&#039;ira venne presto placata. All&#039;inizio del 1998 le proteste e le manifestazioni si tennero sotto l&#039;influenza dei sindacati (sanità, poste, energia, industria, ecc). Nell&#039;aprile 1998 a Salgotarjan i proletari in attesa di ricevere il loro sussidio, attaccarono l&#039;ufficio postale che si rifiutava di pagare. Fin qui le nostre informazioni.

Una protesta di contadini si è appena conclusa, ed i trattori della borghesia agraria decorati di tricolore al vento stanno di nuovo battendo la strada. Generalmente nei resoconti proletari dall&#039;Ungheria ci sono poche informazioni sulla vita dei lavoratori della provincia. Naturalmente, la transizione si è compiuta anche qui, proprio come nelle città, ma la povertà e la triste realtà ungheresi rimangono.

I lavoratori salariati dei villaggi ungheresi hanno perso il loro punto di appoggio con l&#039;abolizione delle cooperative di stato, dal momento che l&#039;agricoltura collettivizzata non sembrava incontrare le richieste della nuova era. Secondo uno studio sull&#039;economia agraria, non ci sono capitali sufficienti per una riprogrammazione, la struttura è sbagliata, il sistema tecnico e la tecnologia obsoleti. E&#039; ricominciata la redistribuzione di proprietà privata, sono stati reinforzati i giochi sulla scacchiera della politica nazionalista, ed a causa delle nuove leggi sulle compensazioni e le privatizzazioni, sono ricomparsi nelle foreste i ben noti cartelli che dicono: &quot; Proprietà privata! Vietato l&#039;accesso&quot;. Nell&#039;era Kadar i lord del partito organizzavano grandi battute di caccia nelle foreste e chiudevano grandi porzioni di foreste con squadre speciali di sorveglianti. Questo hobby continua oggi nella nuova era, con l&#039;uso dei cartelli di divieto. Il temporaneo potere della borghesia ha tagliato i sussidi all&#039;agricoltura, il sistema di sussidi all&#039;import-export è stato trasformato e la classe dominante, a dispetto del suo nazionalismo, ha in molti casi preferito &quot;prodotti esterni&quot; ai &quot;prodotti ungheresi&quot;. Il capitalismo va spesso dove lo portano i suoi interessi ed il fascismo ungherese ancora non capisce questa logica così chiara - mentre come scelta di autodifesa è nata la &quot;rete dei prodotti ungheresi&quot;. Questa &quot;grande&quot; ed &quot;eccitante&quot; teoria della razza è stata estesa a quasi tutto, creando il fenomeno delle foreste ungheresi, del legno ungherese, del latte ungherese - e questa mitologia ha prodotto qualcosa di utile anche per noi: l&#039;autentico cretino ungherese, il cosciente burino Trianon, un mastodonte sciocco e stupido, un&#039;operetta di archetipo artificialmente prodotto, un&#039;autentica caricatura dell&#039;era in corso.

Nel 1988 c&#039;erano 1335 cooperative agricole in Ungheria. Nonostante la transizione, il loro numero è diminuito, ma questo fatto è ingannevole: nel 1988 occupavano 1.088.000 lavoratori (di cui molti proletari), di cui una grande parte ha perso il lavoro nel periodo intorno alla metà del 1993. La disoccupazione è cresciuta in modo enorme. La vecchia e nuova borghesia ha iniziato a ri-comprarsi la terra e meno terra acquistabile restava, più cresceva il suo valore. Secondo una fonte sicura, il valore delle cooperative era di 260 miliardi di fiorini, cioè il 15% del valore delle proprietà della borghesia nazionale. Nel 1993, è cessato l&#039;obbligo all&#039;impiego in agricoltura e di colpo 300.000 persone si sono ritrovate senza lavoro. Sono stati vietati gli orti domestici (sebbene si tratti di una norma alquanto non rispettata). Infatti, a parte lo spettacolo del &quot;ricco suol ungherese&quot;, per i lavoratori agricoli è rimasto solo l&#039;eterna miseria proletaria del lavoro bracciantile.Le dinastie dei piccoli e grandi proprietari - che conosciamo dai lavori degli &quot;scrittori contadini&quot; i quali scrivevano della campagna ungherese durante il periodo fascista- sono ritornate, e l&#039;esercito dei lavoratori salariati, che elemosinano lavoro per poter sopravvivere, da schiavi dello Stato sono diventati schiavi della &quot;piccola nobiltà borghese&quot;. In questa situazione, quei produttori individuali che lavorano senza impiegare lavoro esterno, sono delle vere eccezioni. Si trovano anche a manifestare con i contadini, ma per diverse ragioni: essi vogliono evitare i morsi della fame, la miseria e la morte. La situazione sta peggiorando sensibilmente. Gira una storia su un mendicante che si mostrava con una sola gamba mentre aveva l&#039;altra legata e che credeva che in questo modo la gente si sarebbe mostrata più caritatevole. E&#039; questa l&#039;assurdità del mondo capitalista? No, questa è la realtà del capitalismo. Anche la situazione della borghesia agraria sta peggiorando, e dopo l&#039;ingresso dell&#039;Ungheria nell&#039;Unione Europea, dovranno vedersela duramente con la lotta per la competizione sui mercati e già protestano per la perdita del loro status. Ecco perché i trattori percorrono rumorosamente le vie di Budapest. Le manifestazioni dei proprietari agricoli sono cosa ormai quotidiana; sono finiti i tempi quando negli anni passati in primavera se ne andavano a caccia tranquillamente. Il loro &quot;partito dei piccoli proprietari terrieri&quot; è fallito dissolvendosi in vari piccoli partiti di estrema destra, il &quot;re dei contadini&quot; Jozsef Torgyan (ex capo di quel partito) &quot;ha sacrificato la sua carriera politica&quot; ed ora fa di nuovo l&#039;avvocato, lasciando la classe dominante delle campagne senza un leader. Le manifestazioni del 2004 sono continuate nel febbraio di quest&#039;anno, i carnefici della classe lavoratrice dei villaggi sono in affanno; essi hanno iniziato a sentire la paura di essere proletarizzati, così sono saliti -o hanno fatto salire i loro dipendenti- sui trattori.

L&#039;esercito di proprietari terrieri milionari (quelli che possiedono più di 30-35 ettari di terra) biasima il governo di sinistra per il peggioramento delle loro condizioni di vita, per il restringimento dei loro mercati. Naturalmente loro devono appellarsi a tutta la loro classe per raggiungere i loro obiettivi (ma si tratta di un tipico caso di pesce grosso-pesce piccolo), ma in che modo riuscirci? Ed anche se ci riescono, cosa abbiamo a che spartire con loro? Noi non siamo disturbati dal fatto che le iene del capitale si mangino l&#039;un l&#039;altra. Ma prima di tutto, abbiamo da pagare il prezzo del pane, della carne e del latte che noi, i proletari, siamo obbligati a pagare a causa delle liti interne alla borghesia. Così la classe lavoratrice deve svegliarsi e non deve chiedere, ma deve distruggere l&#039;impero del capitale. Nella lotta per la competizione per l&#039;accumulazione e la distribuzione dei profitti, si restringe notevolmente ancora una volta lo spazio di vita della classe lavoratrice.La classe dei poveri, del proletariato agricolo senza terra, crede di essere legato ai &quot;suoi padroni&quot; e si aspetta da loro un aiuto. Ma è tempo che la nostra classe si svegli: dai capitalisti non possiamo attenderci altro che umiliazioni, patate e verdure surgelate, vino cattivo e pessimo tabacco, l&#039;aumento dei prezzi e lo stupro delle donne proletarie, alte tasse, esorbitanti bollette della luce, relazioni umane rovinate, vite buttate al vento, alcoolismo, suicidi, disoccupazione, sfratti, alienazione ed altri bei sogni...

Abbiamo già detto degli &quot;scrittori contadini&quot;: nel realismo delle loro descrizioni possiamo anche incontrare la realtà del nostro presente. I partiti dell&#039;opposizione di destra in parlamento e le loro squadre fasciste, istigano i piccoli proprietari contro il governo. I piccoli proprietari terrieri sono i loro pupazzi e gli slogan della propaganda per le elezioni del 2006 già si profilano all&#039;orizzonte. La sinistra al governo ha derubato tutto quello che poteva prendere, e si è &quot;dimenticata&quot; di spartire i bocconcini succulenti con l&#039;opposizione. Molte persone credono che i contadini siano &quot;vittime delle politiche agrarie della UE&quot;. Questo non è vero, essi sono vittime del sistema capitalistico - essi stanno perdendo la battaglia per la competizione e si stanno impoverendo, sono i medicanti di domani. Ma ancora una volta va ribadito: noi non abbiamo niente a che fare con i problemi che possono affliggere questa o quella frazione della borghesia. Una recente analisi ha dimostrato che &quot;la loro produzione costa di più perché hanno meno capitali, meno immobili, meno attrezzature e meno esperti. La loro caratteristica è una grande richiesta di capitali a fronte di alti costi di produzione e scarsa efficienza, non sono in grado di produrre in grande quantità merci di alta qualità.&quot; Rastrellano il denaro dei contribuenti come se venisse da un barile senza fondo. Ecco perché chiedono i sussidi dell&#039;UE che il governo di sinistra sta ora mettendo in distribuzione. Riceveranno (o almeno così pare) 75 miliardi di fiorini dall&#039;UE e 92 miliardi di fiorini dal budget governativo ungherese. Ne hanno bisogno subito, ma il governo è alle prese col debito e sta erogando i fondi gradualmente - e in questo modo colma il buco che è stato creato dalle loro malversazioni...

Nella nostra produzione, definiamo di solito il capitalismo di Kadar come &quot;capitalismo di Stato&quot;. In realtà, sebbene questo non sia un concetto errato, da quando nella Formula 1 del capitalismo le aziende sono al di sopra del potere dello Stato, lo Stato può solo cercare di cavalcarle e governare i movimenti dei capitali.

Questa è la ragione principale del collasso dell&#039;area economica bolscevica. Si applica così il &quot;principio dell&#039;effetto domino&quot;: se l&#039;economia non prospera, noi ne saremo le vittime. A dispetto di ciò, noi non siamo interessati -a differenza dei socialdemocratici- nell&#039;istituzione di un sistema di welfare.

Come diceva il vecchio comunista:&quot;Il proletariato non ha da perdere che le sue catene!&quot;

 

Barikád Kollektíva

marzo 2005

 

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali

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		<content:encoded><![CDATA[<p>Al di là dei Carpazi comincia l&#8217;incubo</p>
<p>relazione sulla situazione economica in Ungheria</p>
<p>La situazione della classe lavoratrice ungherese è piuttosto brutta. Brutta, perché una larga parte dei lavoratori salariati ungheresi, una larga parte della classe lavoratrice sfruttata è preda delle illusioni democratiche; brutta, perché vittima delle divisioni tra nazionalismo e conflitti d&#8217;interesse manipolati. Ognuno difende la sovranità sul suo territorio separatamente, difende la propria vita alienata e depauperata, difende la propria esistenza quotidiana col suo carico di illusioni &#8211; in realtà, tutto ciò porta alla accettazione dell&#8217;ideologia delle forze politiche borghesi.</p>
<p>Il sistema di Kadar ha svolto un ruolo decisivo nel processo che ha portato a questa situazione che noi consideriamo in maniera così pessimistica. E&#8217; paradossale ma vero che sempre più gente sceglie ancora una volta il capitalismo di Kadar, in cui la classe lavoratrice applica a se stessa &#8220;l&#8217;ordine di autocensura&#8221;. Nonostante il suo grigio ed asfissiante totalitarismo, in cui il proletariato ha perso la sua &#8220;autonomia&#8221; e che il partito bolscevico accusava di infantilismo, l&#8217;epoca di Kadar ha avuto la sua logica specificità:&#8221;tenete la bocca chiusa e vi daremo pane e burro, birra e medicine, una tessera del partito ed una relativa sicurezza, buone opportunità per l&#8217;istruzione&#8221;. Ma nel pacchetto c&#8217;erano anche zone proibite che sono diventate dei tabù e se qualcuno le attraversava poteva prendersi facilmente della bastonate o finire in un ospedale psichiatrico.Hanno diffuso povertà fisica ed intellettuale ed una visione &#8220;proletariomicida&#8221; del futuro, che sembrava essere perfetta per far addormentare i lavoratori.</p>
<p>Il capitalismo kadariano ha cercato di soddisfare ogni umano desiderio, ed ancora: ci ha dato ogni cosa che poteva darci: povertà, opportunità di integrazione e la sferza. Bene, eccole qui le &#8220;felici caserme&#8221;.</p>
<p>Dopo l&#8217;insurrezione operaia a Berlino Est, ci furono proteste dei lavoratori anche in Ungheria (questo prima di Kadar). A Csepel (un quartiere suburbano di Budapest sud) ci fu uno sciopero di 200-300 metalmeccanici contro le pessime condizioni di vita. Ci furono anche &#8220;disturbi&#8221; a Ozd, Diosgyor ed altri parecchi luoghi nella Grande Pianura. Nell&#8217;estate del 1954 ci furono di nuovo sporadici scioperi. Dopo il 1956, il vero movimento della classe operaia venne sconfitto, trasformato in un oggetto da museo ed espulso dalla storia dello stato nelle &#8220;pagine bianche&#8221; dei libri censurati. La resistenza operaia durò ancora fino a tutto il 1956, ma successivamente venne sconfitta ed isolata. Ma, naturalmente, essa non cessò di esistere, sebbene dopo il 1956 la classe operaia ormai muta e sconfitta in Ungheria non solo tornò alle &#8220;fabbriche della morte&#8221; ed alle officine, ma si sottomise a &#8220;volontà superiori&#8221;: quella del partito che poteva tranquillamente starsene al potere finché una più moderna ed attiva forma di capitalismo non si fosse affacciata da quelle parti. I conflitti degli anni &#8217;50 si spensero alla fine della primavera del 1957. Erano iniziate le repressioni e le esecuzioni: un rivoluzionario del gruppo di Via Tuzolto (uno dei più importanti gruppi militanti nel 1956), Istvan Angyal, venne messo a morte dai bolscevichi nel 1958.</p>
<p>Possiamo trarre degli esempi dalla storia dei movimenti di protesta del proletariato, i quali mostrano che non era possibile mettere a tacere del tutto le voci del dissenso. Ci fu un&#8217;amnistia nel 1960, e questo &#8220;perdono limitato&#8221; venne concesso anche a coloro che erano stati imprigionati per i fatti del &#8217;56, ma non a tutti. Nel carcere di Vac, i prigionieri politici iniziarono uno sciopero della fame a cui misero fine vista la sua inutilità. Nel 1966, il Comitato di Solidarietà col VietNam (che era sotto l&#8217;egida del KISZ, l&#8217;organizzazione ufficiale della gioventù bolscevica) fece una manifestazione non autorizzata il giorno del 1° Maggio. Alla fine dello stesso anno, l&#8217;organizzazione venne sciolta. Nel 1967, giovani attivisti della &#8220;nuova sinistra&#8221; organizzarono ancora manifestazioni davanti le ambasciate dei paesi occidentali. Dei maoisti vennero arrestati nel 1968 con l&#8217;accusa di voler costituire un partito illegale, Nel 1970 -durante una commemorazione del centenario di Lenin- gli studenti che avevano organizzato il programma diedero voce a &#8220;citazioni improprie&#8221; tratte dai testi di Lenin. Il 21 marzo 1971 (anniversario della proclamazione della repubblica sovietica ungherese del 1919), gli &#8220;studenti della nuova sinistra universitaria&#8221; volevano organizzare una manifestazione con coccarde rosse ed a causa di ciò dovettero abbandonare gli studi. (Un eccellente film rivoluzionario sul 1919, intitolato &#8220;Agitatori&#8221;, venne chiuso in un cassetto dalle autorità per 30 anni). Nel 1971, il 6 ottobre, parecchi studenti si riunirono nel Garden Museo (il luogo di Budapest dove iniziò la rivoluzione del 1848) e discussero di &#8220;coloro che vivono in miseria nei bassi della città&#8221;.</p>
<p>Fermiamoci qui un attimo! E&#8217; importante ricordare che durante il regime di Kadar, il 15 marzo ed il 23 ottobre ci sono state sempre state manifestazioni di protesta più o meno piccole e più o meno grandi &#8220;nel nome della libertà e dell&#8217;indipendenza&#8221;, al cui interno vi era un desiderio nascosto di rompere la sfiducia e l&#8217;impoverimento che affliggevano la classe lavoratrice. Queste manifestazioni sono continuate anche dopo il cambio di potere, prendendo i simboli e gli slogan del nazionalismo.</p>
<p>Nel 1973, gli esponenti della nuova sinistra ispirata a Lukacs -il quale aveva strette relazioni con il Circolo Praxis in Yugoslavia- venne buttata fuori dai posti di lavoro e dal partito con l&#8217;accusa di attività critica. Il partito ha combattuto costantemente contro gli intellettuali di sinistra; basti citare il polverone sui lavori di Miklos Haraszti o di Konrad e Szeleny sulle nuove classi dominanti. Nell&#8217;estate del 1979 ci fu un&#8217;impennata dei prezzi dei beni alimentari. I lavoratori delle ferriere e delle acciaierie di Csepel misero una fetta di pane burro e sugo (tipico cibo proletario di quei tempi) nella mano della statua di Lenin di fronte alla fabbrica. Dopo lo sciopero del 1980 a Danzica, circolò a Budapest una voce che diceva che &#8220;c&#8217;era stato qualcosa del genere anche a Csepel&#8221;. Altre voci girarono su uno sciopero che era durato 3 giorni finchè lo stesso &#8220;Kadar andò lì a ristabilire l&#8217;ordine&#8221;. Dopo un mese, venne ritirato il piano per l&#8217;aumento programmato dei prezzi (di nuovo i beni alimentari) ed il provvedimento venne commentato così: &#8220;avevano paura che potesse succedere qualcosa&#8221; Nell&#8217;ottobre 1980 ci fu uno sciopero per il salario nella fabbrica cinese di Hodmezovasarshely, dove i capi distribuirono subito 1000 fiorini tra gli operai, Il 3 ottobre del 1980 esplose un fusto di olio infiammabile in uno stabile di Kispest, dove i lavoratori avevano già fortemente dimostrato le loro lamentele riguardo la loro triste condizione. Su 190 lavoratori, solo 34 scioperarono. Su quel periodo girano ancora delle barzellette: &#8220;Cosa pesa 40 kg e mangia erba?&#8221; &#8220;Noi, l&#8217;anno prossimo&#8221;. E ancora: &#8220;Due scheletri si incontrano nel 1980. Uno dice all&#8217;altro: Sei morto prima o dopo l&#8217;aumento dei prezzi? -Io? Sono ancora vivo!&#8221;. Ed infine: &#8220;Hanno alzato il prezzo del pane, della carne e del latte. Cosa si alzerà ancora? -Le barricate!&#8221;</p>
<p>Nel 1981, 52 operaie di una fabbrica di lavorazione del pollame di Szabolcs si rifiutarono di fare dello straordinario che non fosse stato programmato. Nella primavera di quell&#8217;anno si tennero dei meeting in parecchie università ungheresi e si arrivò a parlare di costruire organismi studenteschi indipendenti &#8211; memori delle esperienze del 1956 e del 1968. Nel settembre 1982, quando entrarono in vigore le nuove tariffe dei trasporti pubblici, i lavoratori della Taurus Tyre di Szeged si astennero dal lavoro. Intervennero ancora una volta i pezzi grossi a promettere aumenti salariali.</p>
<p>Fin dagli anni &#8217;60, la lotta di classe, la lotta contro l&#8217;alienazione è stata presente senza ambiguità nel cinema e nella letteratura, sempre di più coraggiosamente negli scritti politici e di sociologia. Sono tanti i film, le poesie ed i saggi che si possono citare, ma citeremo solo un brano degli anni &#8217;70 da Zoltan Zsille:&#8221;Lo Stato operaio monopolizza il diritto per se stesso, per imporre i costi del mantenimento dello sviluppo della società sulle spalle della classe lavoratrice&#8221;.</p>
<p>In un numero del 1982 del giornale clandestino Beszelo, un proletario si chiede se fosse possibile che in Ungheria accadesse quello che stava succedendo in Polonia. E si rispondeva:&#8221;Se la situazione economica peggiora, allora sì, può succedere&#8221;. Ed infatti la situazione peggiorò (ma invece dell&#8217;insurrezione, venne il cambio di potere e l&#8217;era della modernizzazione del capitale), e questo processo venne accompagnato dalla legge sulla &#8220;riservatezza sul lavoro&#8221;: se qualcuno veniva sorpreso in atto di &#8220;ozio&#8221;, poteva finire dietro le sbarre. Le ceneri del &#8220;compagno Trotsky&#8221; se la spassavano mentre vedevano i tardi bolscevichi realizzare quella &#8220;militarizzazione del lavoro&#8221; su cui egli aveva scritto così poeticamente.</p>
<p>La vera letteratura sulla lotta di classe veniva perseguita dalle autorità. Non era possibile leggere analisi fino al 1956: non se ne trovava traccia nè nelle librerie e neppure nelle biblioteche. Ma emergeva un&#8217;opposizione di sinistra sotterranea, che -sebbene fosse democratica- scriveva della storia delle lotte proletarie nei paesi dell&#8217;Europa dell&#8217;Est. In questo modo, alcune persone potevano leggere scritti non censurati su queste lotte. Alcuni esempi degli scritti pubblicati all&#8217;interno di quella realtà: un libro di Bill Lomax sul 1956, il &#8220;Diario su Kronstadt&#8221; di Alexander Berkman, documenti sulle rivolte operaie in Polonia ed una pubblicazione su un&#8217;azione proletaria a Berlino nel 1953. Nel 1988 ci fu una manifestazione di 10.000 persone il 15 marzo in cui si parlò di Solidarnosc in Polonia e della &#8220;amicizia tra i popoli intorno al Danubio&#8221;.</p>
<p>Poi iniziò l&#8217;epoca del cambio di potere. L&#8217;economia dell&#8217;URSS era in bancarotta, non era più competitiva ed era in decomposizione. La circolazione del capitale regolata dallo Stato non reggeva la lotta per la concorrenza, così ci fu l&#8217;avvento di un capitalismo classico ma modernizzato. Le aziende vennero messe in vendita, operai compresi. E il &#8220;capitalismo di Stato, casa bolscevica di sicurezza e protezione&#8221; cedette il passo a compulsioni economiche ancor più violente.</p>
<p>Gli squali del capitale hanno licenziato i lavoratori salariati più anziani e socialistizzati nel &#8220;periodo di pace&#8221;, modernizzato il capitalismo, cambiato la struttura della produzione rendendola più veloce, mentre il movimento operaio istituzionalizzato, perso il suo ruolo, si lamentava dei suoi tiranni. In una serie enorme di documentari, la cosiddetta serie Ozd (il cui picco corrisponde all&#8217;epoca del cambio di potere), si poteva sentire la moglie di Istvan Andra chiedersi:&#8221;Come è potuto succedere? Ma perché è successo? Non c&#8217;è più il lavoro, non ci sono idee, più niente&#8230;Abbiamo solo 40 anni, ma siamo lo specchio della miseria. Ci hanno rubato la vita&#8221;.Invece dei pulcinella decorati con la stella rossa, invece delle mummie del partito di stato, sulla scena della nostra vita ci sono ora le compagnie capitalistiche. Al posto del gelido cabaret delle &#8220;democrazie popolari e del COMECON&#8221; ecco la performance del più classico (ma più razionale per le classi dominanti) modello di produzione capitalistica. Tra il 1989 ed il 1992 è crollato l&#8217;impero del Patto di Varsavia. Ma non si tratta affatto di un processo di restaurazione capitalistica, come sostengono i marxisti-leninisti, bensì della capacità e della razionalità del capitale nell&#8217;aprirsi la strada. L&#8217;economia nelle mani dei partiti bolscevichi non poteva reggere la competizione con i più avanzati competitori dell&#8217;Occidente. Basti ricordare il violento mantenimento di compagnie e segmenti in perdita o di quei servizi che -per ragioni ideologiche- rimanevano gratuiti o a buon mercato. La storia della corsa del debito è lunga e sarebbe interessante scriverla.</p>
<p>Le risposte della classe operaia allo sbando per modernizzare il capitalismo sono state soprattutto di carattere riformista. Sono state riprese le ormai deformate &#8220;tradizioni dei consigli operai&#8221;. Che ora non sono per niente rivoluzionari, né in opposizione al capitalismo. Accettando la struttura dell&#8217;ordine capitalistico, ad ogni occasione fanno accordi con la borghesia. Non possiamo parlare di auto-organizzazione reale, perché queste misere esibizioni sono emerse con la supervisione delle autorità. L&#8217;ulteriore commercializzazione dell&#8217;autogestione operaia fatta dal nazionalismo e dalla &#8220;autocoscienza addomesticata&#8221;, ha indebolito ancor di più la classe lavoratrice, già in uno stato patologico. Ma si sentiva che c&#8217;era qualcosa di sbagliato. La caduta delle condizioni di vita: il graduale decremento del salario medio, la gigantesca crescita dei prezzi &#8211; questi processi dovevano allertare il proletariato e tirarlo fuori dal suo stato di vitalità sospesa.</p>
<p>La tattica divisoria del capitalismo in genere funziona, l&#8217;individualismo può aver successo per un certo tempo, ma la crescente povertà viene avvertita persino da una classe operaia atomizzata e divisa, e sebbene un gran numero di grosse fabbriche e fonderie sono state chiuse, sebbene la disoccupazione aumenti sempre di più, il ghetto della miseria obbliga il proletariato in un comune spazio di vita: come sardine in scatola si vive in miseri bassi, nelle strade, nei vicoli, nelle piazze. Così è!</p>
<p>Nel novembre 1990, come protesta contro gli aumenti del prezzo del petrolio, esplose il blocco dei tassisti, che andò ben oltre le loro intenzioni, e migliaia di proletari si unirono all&#8217;onda di proteste. E stavano sulla strada non perché insoddisfatti del prezzo della benzina, bensì scontenti della loro vita quotidiana, della loro misera vita di proletari sfruttati senza speranza, della loro vita di ogni giorno alienata e distrutta. L&#8217;euforia del cambio di potere e la mistica promessa di una &#8220;vita nuova e migliore&#8221; si infrangevano contro la realtà necrofila del capitalismo.</p>
<p>I proletari che volevano protestare e manifestare si sono uniti al blocco che si estese a tutto il paese: niente fanali rossi, niente auto, niente miseria di massa e controllori sui trasporti pubblici, nessun ritardo al lavoro &#8211; invece solo la solidarietà della gente sulle strade: lavoratori e lavoratrici decisi a manifestare e a discutere, piccoli e grandi, con gli occhiali e con la barba, l&#8217;esercito di coloro che cucinano, gli sguardi ancora coscienti dei condomini, dai suburbi e dal cuore della città, felici e vogliosi di vivere- proprio come un dipinto stile 1956&#8230;Le strade ci appartenevano ma non interamente&#8230;La protesta non era divenuta generale e non divenne una rivolta rivoluzionaria. Ricordiamo che il ministro degli interni non sapeva cosa fare, e tremava alla finestra del parlamento, considerando l&#8217;ipotesi di usare la forza contro i manifestanti. Iniziarono delle trattative per &#8220;la coordinazione degli interessi&#8221;, e con questo anche il ritiro della classe lavoratrice, la quale -per mancanza di organizzazione e di ulteriore sviluppo di coscienza- se ne tornò a casa e ai banchi di lavoro&#8230;Paralizzando le strade, il movimento di protesta aveva intonato la nota-chiave ma non era andato oltre, e l&#8217;ondata di protesta soffocata iniziò a rifluire.</p>
<p>Governi di sinistra e di destra vanno e vengono, il crescente nazionalismo ha riportato il fascismo e la borghesia si riprende sul corpo del proletariato. No, non siamo nel 1933, o nel 1921 in Russia quando pensavano che saremmo stati battuti ed avremmo capitolato. Nella prima parte di questo report abbiamo fatto menzione degli attributi del regime di Kadar che sono tutti in piedi. Le manifestazioni e gli scioperi ci sono ancora, ma essi sono accompagnati dalla &#8220;solidarietà&#8221; capitalista (integrazione) della sinistra e della destra in parlamento. Le reali manifestazioni del proletariato sono deboli e si sviluppano in accordo con gli interessi dei capitalisti. Il &#8220;movimento civile&#8221; sta crescendo sempre più forte, ma pure le lobbies della forze della sinistra o della destra.</p>
<p>Ogni giorno è possibile vedere i lavoratori salariati negli ospedali che vogliono scioperare, gli autisti dei trasporti di Budapest (BKV) che hanno già avuto il loro aumento salariale dopo aver solo minacciato uno sciopero. La frazioni della borghesia si accusano l&#8217;un l&#8217;altra e sparano stronzate sulla corruzione, sugli affari d&#8217;oro, la collusione tra le sfere del potere e la mafia&#8230;Le manifestazioni dei lavoratori sono organizzate sotto l&#8217;egida dei sindacati, usando parole d&#8217;ordine sul nazionalismo e la democrazia, sulla sicurezza, per un&#8217;immagine logora del futuro &#8211; e la pigra borghesia se la ride.</p>
<p>Ma citiamo alcuni esempi di manifestazioni sindacali di oggi. Il 1 luglio 1994 la fabbrica Cyclon-Berstal a Berettyòùjfalus viene occupata dai lavoratori, ma l&#8217;esperimento di autogestione fallisce perchè si decise per la democrazia del capitale. Ci sono state anche manifestazioni nelle miniere del Vasas vicino Pecs e a Biharkeresztes i lavoratori delle acciaierie Steel Production LtD. volevano occupare la fabbrica per fermarne la privatizzazione, ma invano. Ancora nell&#8217;agosto del 1994 i proletari sotto i minimi livelli di vita a Miskolc fecero una manifestazione pacifica. Nel maggio 1994, i lavoratori della fabbrica Berva a Eger manifestarono a Budapest. Nel 1995 ci sono stati scioperi nelle compagnie elettriche a Tiszalok e Paks. Nello stesso anno, altri 60.000 lavoratori della sanità pubblica hanno manifestato fuori del parlamento; il 15 novembre 70.000 persone hanno manifestato contro la legge sull&#8217;istruzione ed il 15 dicembre venne seguita da una manifestazione degli educatori in termini di tolleranza.</p>
<p>Nell&#8217;autunno del 1996, i lavoratori dei ricambi di auto della &#8220;Hammerstein&#8221; volevano costituirsi in sindacato, ma il padrone non lo permise e licenziò i promotori dell&#8217;iniziativa. Anche nel 1996 delle organizzazioni giovanili organizzarono una manifestazione contro le tasse scolastiche, ma presto la cruda verità portò alla fine delle trattative. Nel 1997, i lavoratori di un&#8217;industria di carni a Szeksàrd fecero una manifestazione. Nello stesso anno a Tolnanemedi, si fece un blocco contro la diminuzione di posti letto nell&#8217;ospedale locale, ma l&#8217;ira venne presto placata. All&#8217;inizio del 1998 le proteste e le manifestazioni si tennero sotto l&#8217;influenza dei sindacati (sanità, poste, energia, industria, ecc). Nell&#8217;aprile 1998 a Salgotarjan i proletari in attesa di ricevere il loro sussidio, attaccarono l&#8217;ufficio postale che si rifiutava di pagare. Fin qui le nostre informazioni.</p>
<p>Una protesta di contadini si è appena conclusa, ed i trattori della borghesia agraria decorati di tricolore al vento stanno di nuovo battendo la strada. Generalmente nei resoconti proletari dall&#8217;Ungheria ci sono poche informazioni sulla vita dei lavoratori della provincia. Naturalmente, la transizione si è compiuta anche qui, proprio come nelle città, ma la povertà e la triste realtà ungheresi rimangono.</p>
<p>I lavoratori salariati dei villaggi ungheresi hanno perso il loro punto di appoggio con l&#8217;abolizione delle cooperative di stato, dal momento che l&#8217;agricoltura collettivizzata non sembrava incontrare le richieste della nuova era. Secondo uno studio sull&#8217;economia agraria, non ci sono capitali sufficienti per una riprogrammazione, la struttura è sbagliata, il sistema tecnico e la tecnologia obsoleti. E&#8217; ricominciata la redistribuzione di proprietà privata, sono stati reinforzati i giochi sulla scacchiera della politica nazionalista, ed a causa delle nuove leggi sulle compensazioni e le privatizzazioni, sono ricomparsi nelle foreste i ben noti cartelli che dicono: &#8221; Proprietà privata! Vietato l&#8217;accesso&#8221;. Nell&#8217;era Kadar i lord del partito organizzavano grandi battute di caccia nelle foreste e chiudevano grandi porzioni di foreste con squadre speciali di sorveglianti. Questo hobby continua oggi nella nuova era, con l&#8217;uso dei cartelli di divieto. Il temporaneo potere della borghesia ha tagliato i sussidi all&#8217;agricoltura, il sistema di sussidi all&#8217;import-export è stato trasformato e la classe dominante, a dispetto del suo nazionalismo, ha in molti casi preferito &#8220;prodotti esterni&#8221; ai &#8220;prodotti ungheresi&#8221;. Il capitalismo va spesso dove lo portano i suoi interessi ed il fascismo ungherese ancora non capisce questa logica così chiara &#8211; mentre come scelta di autodifesa è nata la &#8220;rete dei prodotti ungheresi&#8221;. Questa &#8220;grande&#8221; ed &#8220;eccitante&#8221; teoria della razza è stata estesa a quasi tutto, creando il fenomeno delle foreste ungheresi, del legno ungherese, del latte ungherese &#8211; e questa mitologia ha prodotto qualcosa di utile anche per noi: l&#8217;autentico cretino ungherese, il cosciente burino Trianon, un mastodonte sciocco e stupido, un&#8217;operetta di archetipo artificialmente prodotto, un&#8217;autentica caricatura dell&#8217;era in corso.</p>
<p>Nel 1988 c&#8217;erano 1335 cooperative agricole in Ungheria. Nonostante la transizione, il loro numero è diminuito, ma questo fatto è ingannevole: nel 1988 occupavano 1.088.000 lavoratori (di cui molti proletari), di cui una grande parte ha perso il lavoro nel periodo intorno alla metà del 1993. La disoccupazione è cresciuta in modo enorme. La vecchia e nuova borghesia ha iniziato a ri-comprarsi la terra e meno terra acquistabile restava, più cresceva il suo valore. Secondo una fonte sicura, il valore delle cooperative era di 260 miliardi di fiorini, cioè il 15% del valore delle proprietà della borghesia nazionale. Nel 1993, è cessato l&#8217;obbligo all&#8217;impiego in agricoltura e di colpo 300.000 persone si sono ritrovate senza lavoro. Sono stati vietati gli orti domestici (sebbene si tratti di una norma alquanto non rispettata). Infatti, a parte lo spettacolo del &#8220;ricco suol ungherese&#8221;, per i lavoratori agricoli è rimasto solo l&#8217;eterna miseria proletaria del lavoro bracciantile.Le dinastie dei piccoli e grandi proprietari &#8211; che conosciamo dai lavori degli &#8220;scrittori contadini&#8221; i quali scrivevano della campagna ungherese durante il periodo fascista- sono ritornate, e l&#8217;esercito dei lavoratori salariati, che elemosinano lavoro per poter sopravvivere, da schiavi dello Stato sono diventati schiavi della &#8220;piccola nobiltà borghese&#8221;. In questa situazione, quei produttori individuali che lavorano senza impiegare lavoro esterno, sono delle vere eccezioni. Si trovano anche a manifestare con i contadini, ma per diverse ragioni: essi vogliono evitare i morsi della fame, la miseria e la morte. La situazione sta peggiorando sensibilmente. Gira una storia su un mendicante che si mostrava con una sola gamba mentre aveva l&#8217;altra legata e che credeva che in questo modo la gente si sarebbe mostrata più caritatevole. E&#8217; questa l&#8217;assurdità del mondo capitalista? No, questa è la realtà del capitalismo. Anche la situazione della borghesia agraria sta peggiorando, e dopo l&#8217;ingresso dell&#8217;Ungheria nell&#8217;Unione Europea, dovranno vedersela duramente con la lotta per la competizione sui mercati e già protestano per la perdita del loro status. Ecco perché i trattori percorrono rumorosamente le vie di Budapest. Le manifestazioni dei proprietari agricoli sono cosa ormai quotidiana; sono finiti i tempi quando negli anni passati in primavera se ne andavano a caccia tranquillamente. Il loro &#8220;partito dei piccoli proprietari terrieri&#8221; è fallito dissolvendosi in vari piccoli partiti di estrema destra, il &#8220;re dei contadini&#8221; Jozsef Torgyan (ex capo di quel partito) &#8220;ha sacrificato la sua carriera politica&#8221; ed ora fa di nuovo l&#8217;avvocato, lasciando la classe dominante delle campagne senza un leader. Le manifestazioni del 2004 sono continuate nel febbraio di quest&#8217;anno, i carnefici della classe lavoratrice dei villaggi sono in affanno; essi hanno iniziato a sentire la paura di essere proletarizzati, così sono saliti -o hanno fatto salire i loro dipendenti- sui trattori.</p>
<p>L&#8217;esercito di proprietari terrieri milionari (quelli che possiedono più di 30-35 ettari di terra) biasima il governo di sinistra per il peggioramento delle loro condizioni di vita, per il restringimento dei loro mercati. Naturalmente loro devono appellarsi a tutta la loro classe per raggiungere i loro obiettivi (ma si tratta di un tipico caso di pesce grosso-pesce piccolo), ma in che modo riuscirci? Ed anche se ci riescono, cosa abbiamo a che spartire con loro? Noi non siamo disturbati dal fatto che le iene del capitale si mangino l&#8217;un l&#8217;altra. Ma prima di tutto, abbiamo da pagare il prezzo del pane, della carne e del latte che noi, i proletari, siamo obbligati a pagare a causa delle liti interne alla borghesia. Così la classe lavoratrice deve svegliarsi e non deve chiedere, ma deve distruggere l&#8217;impero del capitale. Nella lotta per la competizione per l&#8217;accumulazione e la distribuzione dei profitti, si restringe notevolmente ancora una volta lo spazio di vita della classe lavoratrice.La classe dei poveri, del proletariato agricolo senza terra, crede di essere legato ai &#8220;suoi padroni&#8221; e si aspetta da loro un aiuto. Ma è tempo che la nostra classe si svegli: dai capitalisti non possiamo attenderci altro che umiliazioni, patate e verdure surgelate, vino cattivo e pessimo tabacco, l&#8217;aumento dei prezzi e lo stupro delle donne proletarie, alte tasse, esorbitanti bollette della luce, relazioni umane rovinate, vite buttate al vento, alcoolismo, suicidi, disoccupazione, sfratti, alienazione ed altri bei sogni&#8230;</p>
<p>Abbiamo già detto degli &#8220;scrittori contadini&#8221;: nel realismo delle loro descrizioni possiamo anche incontrare la realtà del nostro presente. I partiti dell&#8217;opposizione di destra in parlamento e le loro squadre fasciste, istigano i piccoli proprietari contro il governo. I piccoli proprietari terrieri sono i loro pupazzi e gli slogan della propaganda per le elezioni del 2006 già si profilano all&#8217;orizzonte. La sinistra al governo ha derubato tutto quello che poteva prendere, e si è &#8220;dimenticata&#8221; di spartire i bocconcini succulenti con l&#8217;opposizione. Molte persone credono che i contadini siano &#8220;vittime delle politiche agrarie della UE&#8221;. Questo non è vero, essi sono vittime del sistema capitalistico &#8211; essi stanno perdendo la battaglia per la competizione e si stanno impoverendo, sono i medicanti di domani. Ma ancora una volta va ribadito: noi non abbiamo niente a che fare con i problemi che possono affliggere questa o quella frazione della borghesia. Una recente analisi ha dimostrato che &#8220;la loro produzione costa di più perché hanno meno capitali, meno immobili, meno attrezzature e meno esperti. La loro caratteristica è una grande richiesta di capitali a fronte di alti costi di produzione e scarsa efficienza, non sono in grado di produrre in grande quantità merci di alta qualità.&#8221; Rastrellano il denaro dei contribuenti come se venisse da un barile senza fondo. Ecco perché chiedono i sussidi dell&#8217;UE che il governo di sinistra sta ora mettendo in distribuzione. Riceveranno (o almeno così pare) 75 miliardi di fiorini dall&#8217;UE e 92 miliardi di fiorini dal budget governativo ungherese. Ne hanno bisogno subito, ma il governo è alle prese col debito e sta erogando i fondi gradualmente &#8211; e in questo modo colma il buco che è stato creato dalle loro malversazioni&#8230;</p>
<p>Nella nostra produzione, definiamo di solito il capitalismo di Kadar come &#8220;capitalismo di Stato&#8221;. In realtà, sebbene questo non sia un concetto errato, da quando nella Formula 1 del capitalismo le aziende sono al di sopra del potere dello Stato, lo Stato può solo cercare di cavalcarle e governare i movimenti dei capitali.</p>
<p>Questa è la ragione principale del collasso dell&#8217;area economica bolscevica. Si applica così il &#8220;principio dell&#8217;effetto domino&#8221;: se l&#8217;economia non prospera, noi ne saremo le vittime. A dispetto di ciò, noi non siamo interessati -a differenza dei socialdemocratici- nell&#8217;istituzione di un sistema di welfare.</p>
<p>Come diceva il vecchio comunista:&#8221;Il proletariato non ha da perdere che le sue catene!&#8221;</p>
<p>Barikád Kollektíva</p>
<p>marzo 2005</p>
<p>Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali</p>
<p><a href="http://www.anarcom.lapja.hu" rel="nofollow">http://www.anarcom.lapja.hu</a></p>
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		<title>Di: EZ-piAziOnE</title>
		<link>http://www.eildentroeilfuorieilbox84.org/2009/11/09/ich-bin-ein-berliner-1989-2009/comment-page-1/#comment-3049</link>
		<dc:creator>EZ-piAziOnE</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 09:42:20 +0000</pubDate>
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		<description>Live in Mosca live in Budapest live in Varsavia
Live in Sophia live in Praga live in Punkow
Haupstadt der DDR haupstadt der DDR haupstadt der DDR

Compagni est-europei uno sforzo ancora
Delle sale da ballo un po&#039; più che di merda
Un&#039;opinione pubblica un poco meno stupida
Delle sale da ballo un po&#039; più che di merda

Voglio rifugiarmi sotto al Patto di Varsavia
Voglio un piano quinquennale la stabilità
Live in Mosca live in Budapest live in Varsavia
Live in Sophia live in Praga live in Punkow

Ost Berlin - West Berlin
Ost Berlin - West Berlin
Ost Berlin - West Berlin
Ost Berlin - West Berlin
Trance Europa express
Trance Europa express
Trance Europa express
Trance Europa express

O Reggio Emilia!
O Reggio Emiliaaa!

Voglio rifugiarmi sotto al Patto di Varsavia
Voglio un piano quinquennale la stabilità
Voglio rifugiarmi sotto al Patto di Varsavia
Voglio un piano quinquennale la stabilità
Voglio rifugiarmi sotto al Patto di Varsavia
 Voglio un piano quinquennale la stabilità
La stabilità la stabilità...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Live in Mosca live in Budapest live in Varsavia<br />
Live in Sophia live in Praga live in Punkow<br />
Haupstadt der DDR haupstadt der DDR haupstadt der DDR</p>
<p>Compagni est-europei uno sforzo ancora<br />
Delle sale da ballo un po&#8217; più che di merda<br />
Un&#8217;opinione pubblica un poco meno stupida<br />
Delle sale da ballo un po&#8217; più che di merda</p>
<p>Voglio rifugiarmi sotto al Patto di Varsavia<br />
Voglio un piano quinquennale la stabilità<br />
Live in Mosca live in Budapest live in Varsavia<br />
Live in Sophia live in Praga live in Punkow</p>
<p>Ost Berlin &#8211; West Berlin<br />
Ost Berlin &#8211; West Berlin<br />
Ost Berlin &#8211; West Berlin<br />
Ost Berlin &#8211; West Berlin<br />
Trance Europa express<br />
Trance Europa express<br />
Trance Europa express<br />
Trance Europa express</p>
<p>O Reggio Emilia!<br />
O Reggio Emiliaaa!</p>
<p>Voglio rifugiarmi sotto al Patto di Varsavia<br />
Voglio un piano quinquennale la stabilità<br />
Voglio rifugiarmi sotto al Patto di Varsavia<br />
Voglio un piano quinquennale la stabilità<br />
Voglio rifugiarmi sotto al Patto di Varsavia<br />
 Voglio un piano quinquennale la stabilità<br />
La stabilità la stabilità&#8230;</p>
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