Il concetto di comunicazione visiva è un concetto rizomatico. Il termine rizoma si riferisce originariamente ad una particolare forma botanica, che comprende bulbi e tuberi: fusti sotterranei, come la patata, o striscianti nel terreno, come la gramigna, aventi la funzione di servire da riserva di nutrimento per la pianta. Possono riprodurre altri fusti, ma anche radici!
Il concetto di rizoma, usato per esprimere la complessità distributiva di un fenomeno: per esemplificare, l’ape è arnia + natura + miele + più le altre sostanze elaborate + linguaggio animale + apicoltore + tecnica + prodotto + mercato + vendita + consumo + …; ed ognuna di queste voci è a sua volta un rizoma (esempio: miele + caratteristiche organolettiche + più chimica + fisiologia degli organi di senso + percezione + gusto + alimenti + letteratura e così via).
Il rizoma ha come tessuto la congiunzione!
La comunicazione visiva e … e … e …: è un rizoma.
L’occhio, che sembrava un tempo l’elemento principale attorno a cui ruotava il concetto di comunicazione visiva, presupponendo il fenomeno percettivo, la componente psicologica, e così via, è divenuto un elemento meno centrale. Esso si è, per così dire, distribuito dentro più linee di relazione, comprendenti l’elaborazione mentale dei dati visivi, la loro interpretazione, la loro relatività culturale, e così via.
La comunicazione visiva appartiene sì alla categoria superiore della comunicazione, ma ne è anche una collateralità. In altre parole, possiamo percorrere in piano (sullo stesso piano) i sentieri che collegano rizomaticamente questi due concetti. Il viaggio si … randomizza!
Con il termine rizoma (rizhome) i francesi Deleuze e Guattari intendevano un particolare modello semantico da opporre a tutti i modelli basati sulla concezione di albero (imperanti in tutte le discipline, dalla linguistica alla biologia). Il modello ad albero prevede una gerarchia, un centro, e un ordine di significazione. Nell’albero i significati sono disposti in ordine lineare. Invece, secondo gli autori, a differenza degli alberi o delle loro radici, il rizoma collega un punto qualsiasi con un altro punto qualsiasi, e ciascuno dei suoi tratti non rimanda necessariamente a tratti dello stesso genere, mettendo in gioco regimi di segni molto differenti ed anche stati di non-segni. (…). Rispetto ai sistemi centrici (anche policentrici), a comunicazione gerarchica e collegamenti prestabiliti, il rizoma è un sistema acentrico, non gerarchico e non significante …” (Gilles Deleuze e Félix Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia (1980), sez. 1, Castelvecchi 1997, p 33 sgg.).
Per le sue caratteristiche semiotiche il rizoma è stato spesso impiegato come metafora della Rete, la quale sarebbe stata comunque realizzata in un tempo successivo al 1980.
Deleuze e Guattari descrivono sei principi che stanno alla base del rizoma. Alcuni di questi sono somiglianti a quelli che caratterizzano il funzionamento della Rete.
Il primo principio, Principio di Connessione, ricorda il tessuto dei collegamenti ipertestuali della Rete. Infatti secondo tale principio “qualsiasi punto del rizoma può essere collegato con qualunque altro”.
Secondo il Principio di Eterogeneità il rizoma mette in collegamento sistemi semiotici diversi. Il rizoma è una costruzione multimediale o, in altre parole, raggruppa elementi significativi di natura diversa, ognuno dei quali possiede una sua identità e una sua caratteristica.
Il Principio di Molteplicità esalta il concetto che il rizoma è un sistema aperto, liberamente e infinitamente percorribile, come sarebbe stata la Rete, la quale, a sua volta, avrebbe permesso d’inseguire molteplici percorsi, dandovi altrettanti valori. Sempre nuove interpretazioni, pertanto, possono essere elaborate, proposte e diventare, a loro volta, dati del rizoma. Chi percorre il rizoma, in qualche modo vi è reso partecipe!
Il quarto principio, o Principio di Rottura Asignificante, parte dalla constatazione che tutti i testi tradizionali sono separati da “rotture” significanti perché postulano sensi diversi. Nel Rizoma, così come poi nella Rete, invece il salto da un testo all’altro non comporta rotture significanti, anzi il senso della navigazione tra i punti, o dati, provoca l’esperienza d’imprevedibili scoperte da reintepretare e da riconnettere tra loro.
Il quinto principio, detto della Decalcomania, strettamente collegato per via oppositiva al sesto, definito principio della Cartografia, apre la questione del calco, dell’imitazione pedissequa, indicando un testo, o un dato, il cui significato può essere infinitamente riprodotto, senza che in nessuna riproduzione il suo senso venga alterato o modificato: come nel caso dell’informazione genetica, che passa da un individuo all’altro della specie, ricalcando ogni volta lo stesso codice!
La Cartografia, invece, si predispone alla forma della mappa, di un percorso di possibilità, apparentemente tutte segnate, com’è in effetti un foglio in cui sono stampate o disegnate tutte le vie e le piazze di una città: non è vero che siamo sempre obbligati a seguire le indicazioni della mappa. Possiamo arrivare dove vogliamo per infinite scelte di percorso. Possiamo perderci, ma – aggiungo io, che ho di molto semplificato la parte più ostica del pensiero dei due autori – è importante che sappiamo ritrovare la strada dell’albergo.
Un rizoma unisce tra loro fenomeni e concetti molto distanti, ma tali per cui noi possiamo sempre trovarvi relazioni logiche o casuali, e comunque, sempre interagenti reciprocamente.
Per percorrere adeguatamente i collegamenti interni al rizoma, s’è affermato un metodo particolare, che si richiama all’esperienza nomadica; essa si contrappone ai tradizionali metodi d’indagine storica, la quale prevede piuttosto un percorso per tappe successive e lineari nella distribuzione dei dati.
Nella “Nomadologia” – così si chiama la particolare forma di pensiero connettivo proposta da Deleuze e Guattari (Nomadologia. Pensieri per un mondo che verrà, in Miille piani, cit, cap XII) – i percorsi si seguono grazie a mappe che disegnano ipotesi nuove di collegamento tra le scienze e le discipline, ma anche tra elementi, fenomeni e dati, via via presi in considerazione nell’esperienza quotidiana.
Se si volesse entrare nel merito di come effettivamente viene applicato il metodo nomadico in una ricerca vera e propria, si veda Isabelle Stengers (a cura), D’une science a l’autre. Des concepts nomades, Editions du Seuil, Paris, 1987; tr. it. Da una scienza all’altra. Concetti nomadi (1987), Hopeful Monster, Firenze 1988. In questa raccolta di saggi, viene dimostrato come avviene ciò che viene chiamata la “propagazione dei concetti” da una scienza all’altra, e come non sia più possibile per un singolo scienziato rimanere chiuso all’interno della sua specifica disciplina!
Per terminare con le patate, con cui abbiamo iniziato – esempio preclaro, benché sotterraneo, di rizomi (non tutto è alla luce, finché non rovesciamo la zolla!) -, la patata che compriamo al supermercato è al 90% informazione: ricerca, pubblicità, distribuzione, magazzino, suddivisione in parcelle d’acquisto, codice a barre. Il resto, 10%, è materia! Ci nutriamo di una piccola parte del prodotto: la natura produce cose, che noi trasformiano in prodotti, che diventan merci, di cui vediamo solo la parte in luce. Il nascosto, il rimosso, il sotterraneo è l’informazione.
Altro sotterraneo invisibile, reso volutamente invisibile, è il … lavoro, ma questa è un’altra storia.
L’informazione è il vero valore aggiunto di qualunque merce! La competitività della merce è ottenuta attraverso l’informazione: sia in quanto la fa circolare fluidamente dal campo al frigorifero domestico, come nel caso della patata, sia in quanto la patata stessa è il risultato di ricerche che l’hanno geneticamente informatizzata!
Ecco il rizoma: comperi una patata, e in realtà hai acquistato e porti a casa narrazione, immagine, progettazione, ingegneria genetica …
davvero eccitante
uuuumm, mi so’ eccitata anche io…!
cazzo, sono fantastiche!!!
siete bbellisimmi
voglio un homotal-drink anche io!
sono commosso
Il concetto di comunicazione visiva è un concetto rizomatico. Il termine rizoma si riferisce originariamente ad una particolare forma botanica, che comprende bulbi e tuberi: fusti sotterranei, come la patata, o striscianti nel terreno, come la gramigna, aventi la funzione di servire da riserva di nutrimento per la pianta. Possono riprodurre altri fusti, ma anche radici!
Il concetto di rizoma, usato per esprimere la complessità distributiva di un fenomeno: per esemplificare, l’ape è arnia + natura + miele + più le altre sostanze elaborate + linguaggio animale + apicoltore + tecnica + prodotto + mercato + vendita + consumo + …; ed ognuna di queste voci è a sua volta un rizoma (esempio: miele + caratteristiche organolettiche + più chimica + fisiologia degli organi di senso + percezione + gusto + alimenti + letteratura e così via).
Il rizoma ha come tessuto la congiunzione!
La comunicazione visiva e … e … e …: è un rizoma.
L’occhio, che sembrava un tempo l’elemento principale attorno a cui ruotava il concetto di comunicazione visiva, presupponendo il fenomeno percettivo, la componente psicologica, e così via, è divenuto un elemento meno centrale. Esso si è, per così dire, distribuito dentro più linee di relazione, comprendenti l’elaborazione mentale dei dati visivi, la loro interpretazione, la loro relatività culturale, e così via.
La comunicazione visiva appartiene sì alla categoria superiore della comunicazione, ma ne è anche una collateralità. In altre parole, possiamo percorrere in piano (sullo stesso piano) i sentieri che collegano rizomaticamente questi due concetti. Il viaggio si … randomizza!
Con il termine rizoma (rizhome) i francesi Deleuze e Guattari intendevano un particolare modello semantico da opporre a tutti i modelli basati sulla concezione di albero (imperanti in tutte le discipline, dalla linguistica alla biologia). Il modello ad albero prevede una gerarchia, un centro, e un ordine di significazione. Nell’albero i significati sono disposti in ordine lineare. Invece, secondo gli autori, a differenza degli alberi o delle loro radici, il rizoma collega un punto qualsiasi con un altro punto qualsiasi, e ciascuno dei suoi tratti non rimanda necessariamente a tratti dello stesso genere, mettendo in gioco regimi di segni molto differenti ed anche stati di non-segni. (…). Rispetto ai sistemi centrici (anche policentrici), a comunicazione gerarchica e collegamenti prestabiliti, il rizoma è un sistema acentrico, non gerarchico e non significante …” (Gilles Deleuze e Félix Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia (1980), sez. 1, Castelvecchi 1997, p 33 sgg.).
Per le sue caratteristiche semiotiche il rizoma è stato spesso impiegato come metafora della Rete, la quale sarebbe stata comunque realizzata in un tempo successivo al 1980.
Deleuze e Guattari descrivono sei principi che stanno alla base del rizoma. Alcuni di questi sono somiglianti a quelli che caratterizzano il funzionamento della Rete.
Il primo principio, Principio di Connessione, ricorda il tessuto dei collegamenti ipertestuali della Rete. Infatti secondo tale principio “qualsiasi punto del rizoma può essere collegato con qualunque altro”.
Secondo il Principio di Eterogeneità il rizoma mette in collegamento sistemi semiotici diversi. Il rizoma è una costruzione multimediale o, in altre parole, raggruppa elementi significativi di natura diversa, ognuno dei quali possiede una sua identità e una sua caratteristica.
Il Principio di Molteplicità esalta il concetto che il rizoma è un sistema aperto, liberamente e infinitamente percorribile, come sarebbe stata la Rete, la quale, a sua volta, avrebbe permesso d’inseguire molteplici percorsi, dandovi altrettanti valori. Sempre nuove interpretazioni, pertanto, possono essere elaborate, proposte e diventare, a loro volta, dati del rizoma. Chi percorre il rizoma, in qualche modo vi è reso partecipe!
Il quarto principio, o Principio di Rottura Asignificante, parte dalla constatazione che tutti i testi tradizionali sono separati da “rotture” significanti perché postulano sensi diversi. Nel Rizoma, così come poi nella Rete, invece il salto da un testo all’altro non comporta rotture significanti, anzi il senso della navigazione tra i punti, o dati, provoca l’esperienza d’imprevedibili scoperte da reintepretare e da riconnettere tra loro.
Il quinto principio, detto della Decalcomania, strettamente collegato per via oppositiva al sesto, definito principio della Cartografia, apre la questione del calco, dell’imitazione pedissequa, indicando un testo, o un dato, il cui significato può essere infinitamente riprodotto, senza che in nessuna riproduzione il suo senso venga alterato o modificato: come nel caso dell’informazione genetica, che passa da un individuo all’altro della specie, ricalcando ogni volta lo stesso codice!
La Cartografia, invece, si predispone alla forma della mappa, di un percorso di possibilità, apparentemente tutte segnate, com’è in effetti un foglio in cui sono stampate o disegnate tutte le vie e le piazze di una città: non è vero che siamo sempre obbligati a seguire le indicazioni della mappa. Possiamo arrivare dove vogliamo per infinite scelte di percorso. Possiamo perderci, ma – aggiungo io, che ho di molto semplificato la parte più ostica del pensiero dei due autori – è importante che sappiamo ritrovare la strada dell’albergo.
Un rizoma unisce tra loro fenomeni e concetti molto distanti, ma tali per cui noi possiamo sempre trovarvi relazioni logiche o casuali, e comunque, sempre interagenti reciprocamente.
Per percorrere adeguatamente i collegamenti interni al rizoma, s’è affermato un metodo particolare, che si richiama all’esperienza nomadica; essa si contrappone ai tradizionali metodi d’indagine storica, la quale prevede piuttosto un percorso per tappe successive e lineari nella distribuzione dei dati.
Nella “Nomadologia” – così si chiama la particolare forma di pensiero connettivo proposta da Deleuze e Guattari (Nomadologia. Pensieri per un mondo che verrà, in Miille piani, cit, cap XII) – i percorsi si seguono grazie a mappe che disegnano ipotesi nuove di collegamento tra le scienze e le discipline, ma anche tra elementi, fenomeni e dati, via via presi in considerazione nell’esperienza quotidiana.
Se si volesse entrare nel merito di come effettivamente viene applicato il metodo nomadico in una ricerca vera e propria, si veda Isabelle Stengers (a cura), D’une science a l’autre. Des concepts nomades, Editions du Seuil, Paris, 1987; tr. it. Da una scienza all’altra. Concetti nomadi (1987), Hopeful Monster, Firenze 1988. In questa raccolta di saggi, viene dimostrato come avviene ciò che viene chiamata la “propagazione dei concetti” da una scienza all’altra, e come non sia più possibile per un singolo scienziato rimanere chiuso all’interno della sua specifica disciplina!
Per terminare con le patate, con cui abbiamo iniziato – esempio preclaro, benché sotterraneo, di rizomi (non tutto è alla luce, finché non rovesciamo la zolla!) -, la patata che compriamo al supermercato è al 90% informazione: ricerca, pubblicità, distribuzione, magazzino, suddivisione in parcelle d’acquisto, codice a barre. Il resto, 10%, è materia! Ci nutriamo di una piccola parte del prodotto: la natura produce cose, che noi trasformiano in prodotti, che diventan merci, di cui vediamo solo la parte in luce. Il nascosto, il rimosso, il sotterraneo è l’informazione.
Altro sotterraneo invisibile, reso volutamente invisibile, è il … lavoro, ma questa è un’altra storia.
L’informazione è il vero valore aggiunto di qualunque merce! La competitività della merce è ottenuta attraverso l’informazione: sia in quanto la fa circolare fluidamente dal campo al frigorifero domestico, come nel caso della patata, sia in quanto la patata stessa è il risultato di ricerche che l’hanno geneticamente informatizzata!
Ecco il rizoma: comperi una patata, e in realtà hai acquistato e porti a casa narrazione, immagine, progettazione, ingegneria genetica …